

1- Esterno giorno. Spiderman volteggia tra... no.
Siamo a quasi mezz'ora di film.
passo indietro. premessa (post messa).
proprio come in spiderman 2, il film imposta sé stesso sul gioco di rapporti tra tempo della finzione e tempo della narrazione. l'azione, prima ancora che mostrata fisicamente, viene suggerita attraverso una manipolazione dei tempi che serra e concentra gli eventi (proprio come indica la prima di queste scene, ma semmai ci torno poi); lo schieramento iniziale delle forze in gioco avviene senza attimi di tregua, e di questo processo di schieramento fanno parte tanto i protagonisti "attivi" degli scontri di cui si intesserà il film (Peter, Harry, Marko, il simbionte) quanto i personaggi cui questi sono correlati (MJ, zia May, la moglie e la figlia di Marko, Norman Osborn - attraverso la maschera di Goblin, Gwen Stacy, lo zio Ben, la polizia, la gente). per cui fanno pienamente parte dell'azione anche i momenti comici (le gag, ne ho contate tre mi pare nel post precedente), melodrammatici (Peter e MJ sulla ragnatela, ma anche Peter e Harry fuori dal teatro,...), persino un momento "fermo" come la scena in cui Peter e zia May prendono il tè. tutto è in movimento, tutto è in subbuglio, non c'è tregua, ogni scena si prende il minimo indispensabile perché devono starci tutte in quei 25 minuti, devono starci così da rendere alla perfezione il senso della tensione drammatica del precipitarsi della situazione e degli avvenimenti.
nella prima peter è ai bordi della strada, e nella prima parte della seconda è in mezzo alla strada. poi è in classe, con Gwen, e nella terza, guardando l'anello parla della donna dei suoi sogni; per cui le scene non sarebbero neanche collegate, ma Raimi ci fa credere di sì. la terza è invece legata alla quarta, che ci rassicura sul fatto che quella ragazza sia MaryJane. poi nella quarta vediamo Harry, e il dialogo finale tra peter e MJ ci introduce alla quinta. dalla quinta alla sesta, da un (non)pericolo per spiderman ad un altro (non)pericolo, da Harry a Flint Marko. la sesta si chiude mostrando l'amore di Flint per la figlia (e dichiarando la sua pessima sorte) e la settima si apre con l'amore tra Peter (la cui sorte invece sembra ottima) e MJ. nella sequenza successiva Peter parla con zia May proprio di MJ (vuole sposarla). la nona sequenza si apre come la ottava, con Peter che continua il suo viaggio in motorino. la decima è conseguenza di quanto avviene nella nona. l'undicesima si lega alla decima un po' per l'ambiente (dall'ospedale al commissariato) un po' perché di nuovo si passa da Harry a Marko, che a sua volta subisce un incidente. si torna ad Harry, è salvo, è felice con gli amici; tregua. 
Sunshine (2007) di Danny Boyle
Su Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, ossia della fine di un'epopea
Ecco perché Peckinpah tratta alla stessa maniera tutti i personaggi del suo film, senza particolari riverenze e senza eccessi di enfasi per il John Wayne di turno. Il protagonista è Pike, ma cos'ha Pike più degli altri? Quali sono le caratteristiche che lo pongono un gradino sopra gli altri? Non ci sono, perché Pike non è meglio degli altri, e questo indipendentemente dal fatto che sia un criminale, e/o dal fatto che venga descritto come l'uomo che è nel giusto, contro la prepotenza più o meno legale (o legalizzata) della ferrovia e dell'esercito, da una parte, o del generale Mapache, dall'altra. Thornton e Sykes non hanno fatto nulla per meritare di sopravvivere, arrivano alla fine del film semplicemente per caso, perché per un motivo o per un altro non erano presenti nel momento in cui il “Perché no?” fa da preludio alla strage finale, poiché quel “Perché no?” l'avrebbero condiviso volentieri, per essere a fianco dei propri amici. Perché nel western dell'era crepuscolare non ha più senso parlare di eroi, uomini giusti, buoni, brutti e cattivi, ma solo di amici.
La decostruzione della componente semantica del genere western, contraddistinta dunque dall'amoralità dei personaggi e dalla riflessione sul rapporto tra uomini, violenza, morte e quant'altro, si riflette inevitabilmente nella decostruzione della componente sintattica e nella creazione di una nuova forma, segnata dal montaggio frenetico (3643 inquadrature!) e dalla grande libertà di gestione di spazi e tempi.Messaggio semipubblicitario semiserio semiautoreferenziale
Era da tempo che avevo voglia di scrivere qualcosa di almeno sufficientemente approfondito su Dylan Dog. Più per passione che perché avessi in mente chissà quali geniali interpretazioni sociopsicoculturali. L'occasione si è presentata con la neonascita del blog Imagoaltrove, nato sulla sezione Animazione & Fumetti del forum di filmup e dedicato ai medesimi argomenti.
Quello che ho pubblicato stasera è il primo di una serie di almeno tre articoli che vorrei dedicare alla creatura di Sclavi, e in attesa dei prossimi che non scriverò forse mai, beccatevi il primo:
http://imagoaltrove.splinder.com/post/11341991/DYD
Su Borat, ossia di uno Studio Culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan
Cominciamo togliendoci il dente, perché l’attesissimo film-evento comico basato sul personaggio creato e interpretato da Sacha Baron Cohen ha sì un difetto, affatto trascurabile, che risiede nella frammentarietà che un progetto del genere si porta necessariamente dietro. Frammentario non tanto nella serialità delle varie situazioni, slegate l’una dall’altra e tenute insieme unicamente per la necessità commerciale di organizzare un racconto unitario e chiuso, quanto nell’operazione di selezione del materiale “buono” da montare, dove i chilometri di pellicola scartati in quanto non divertenti saranno parecchi, e troppo spesso anche nelle scene tenute per il montato si avverte pesantemente il taglio di gran parte dello sketch, per tenere magari i pochi secondi dell’unica gag riuscita e divertente (come ad esempio nell’incontro con il membro georgiano del Congresso).
Il limite più grande della pellicola sta insomma nel fatto che trova la propria dimensione nell’ambito puramente televisivo della candid e dello slowburn. A Baron Cohen succede (come successe qualche anno fa a Rowan Atkinson, quando ha portato sul grande schermo il suo personaggio in Mr. Bean – L’ultima catastrofe) quello che negli anni Venti successe a molti comici, quando le slapstick da due rulli vennero sostituite e soppiantate dai lungometraggi: la dilatazione spaziotemporale dello sketch in racconto comporta l’esigenza di una traccia organica (la trama) che rallenta e ostruisce la frammentarietà televisiva costringendo il personaggio ad assumere una dimensione e determinate dinamiche che non ha e che non gli competono. Borat come Mr. Bean è nato per il breve respiro di una serie televisiva, non per un processo più complesso e sfaccettato: “la dilatazione narrativa diventa costrizione, imprigiona l’inventiva del comico, le toglie libertà. […] la frammentazione gli è linguisticamente essenziale” (G. Cremonini, Playtime – Viaggio non organizzato nel cinema comico, Lindau, Torino 2000).
Detto e premesso ciò, era d’altra parte probabilmente giusto
consegnare al personaggio di Baron Cohen una dignità storica che la celluloide ha insita in sé mentre al mezzo televisivo non è ancora riconosciuta, metterlo su un piano che consenta non di paragonarlo ma di confrontarlo con i grandi comici dell’immagine in movimento, analizzando i tratti e le caratteristiche della sua comicità.
Fondamentalmente basato sul terrore – quello che passanti e malcapitati provano verso lo “strano” e “diverso” protagonista – Borat fa il punto su come sia possibile fare comicità ai giorni nostri, inserendosi nella più classica tradizione del cinema comico che vede il protagonista-attore mettere continuamente in scena il proprio incontro-scontro col mondo che lo circonda. Borat è una catastrofe per l'ambiente circostante come lo erano tutti, da Buster Keaton a Jerry Lewis (e, appunto, anche a Mr. Bean), ma se al giorno d'oggi si vive nel terrore e nel pregiudizio, è con questi e su questi elementi che Baron Cohen costruisce il proprio confronto col mondo.
Puro slowburner della convenzione (e in questo senso la figura del reporter kazako è indovinatissima e non solo pittoresca), dove passa (la catastrofe-)Borat sparisce in maniera quasi rivoluzionaria ogni traccia di quella che consideriamo civiltà, le convenzioni sociali non reggono il suo passo, e quello che resta non è che l’ambiente, un ambiente comunque artificiale, costruito, posticcio (la gag dell’irruzione durante il meteo del tg locale è perfettamente paradigmatica di tale funzione).
Le gag più riuscite e memorabili sono dunque quelle basate sul rovesciamento dei canoni, sulla profanazione dell’abitudinario, sulla frustrazione delle aspettative. Le istituzioni sociali, anche quelle che appaiono più “naturali”, sono attaccate e distrutte seguendo una sorta di anarchismo imperante figlio della slapstick (parola che tralaltro campeggia in bella vista sulla lavagna dell’esperto di comicità incontrato da Borat) e dei fratelli Marx.
Così, nella parte iniziale di presentazione, dopo aver presentato una ragazza – «Questa è Natalia» - e averci limonato per qualche secondo, ribalta il significante (e dunque l’attesa dello spettatore) spiegando che si tratta di sua sorella. Pochi secondi dopo, lo vediamo presentare sua madre, un’anziana donna a cui nessuno di noi darebbe meno di ottant’anni, e infatti: «Lei donna più vecchia di tutta Kusek»; per un attimo il bizzarro reporter ci rassicura, ma è appunto un attimo, prima di risputarci addosso la sua voglia anarchica di sovvertire l’ordine sociale: «Lei ha 43 anni». Di nuovo siamo colpiti e affondati, e di nuovo ci spanciamo per le risate. Così funzionano anche quelle che personalmente trovo le due gag forse più esilaranti dell’intero film: una è dal venditore di animali esotici, quando, guardando una tartaruga, Borat chiede che razza di cane sia; l’altra è la sublime (puramente marxiana) distorsione verbale, durante la cena al Magnolia Fine Dining Society, tra le parole ‘retired’ (pensionato) e ‘retard’ (ritardato) (con la perla nel finale della scena: «Perché ha chiamato la polizia? È fuggito il ritardato?»). D’altronde anche la primissima battuta del film: «My name-a Borat. I like you. I like sex. Is nice» [Mi chiamo Borat. Vi voglio bene. Mi piace il sesso. È bello], costruita sull’ambivalenza del verbo ‘to like’, ricorda da vicino il Groucho di Duck Soup («Il ministero della guerra non funziona, e nemmeno il gabinetto del mio bagno!»).
Mentre tuttavia i Marx erano perfettamente immersi nella messinscena, che in quanto regno della convenzione non poteva che asservirsi sistematicamente all’intermittenza comunicativa del celebre trio, decretandolo sempre vincitore, il personaggio di Borat è invece vincolato, in quanto creatura televisiva, ad una pretesa di realtà che è forse la spada di Damocle del film. Se è proprio la dimensione reale – tipica della candid camera - a farci ridere dell’idiozia retrograda (e, di volta in volta, razzista, xenofoba, fascista, intollerante,…) degli sventurati interlocutori del protagonista, è altresì vero che la costruzione comica del film si sfalda ogni volta in cui si avverte la presenza di messa in scena, di finzione. La brillantezza dell’atmosfera viene meno quando la macchina da presa manifesta la propria fisicità, quando diventa ingombrante, come ad esempio nella sequenza della lezione di guida, o nell’incontro con la “zingara” a cui Borat ruba la pubblicazione su Baywatch, o nella sequenza al Bed & Breakfast di proprietà dei due coniugi ebrei.
Borat mette dunque in evidenza come cinepresa e telecamera, per quanto parenti, siano etimologicamente distanti, producendo effetti diversi non tanto nell’estetica quanto nel rapporto con la realtà.
Pertanto, è legittimo, anzi doveroso, chiedersi quanto un prodotto e un personaggio del genere possa essere adatto alla cinematografizzazione.
E nel frattempo, mentre ce lo si chiede, si ride di gusto, a crepapelle.

Diario di uno scandalo, di Richard Eyre
capello.
La sequenza in questione, dunque, oltre a contenere - in un'inquadratura di una frazione di secondo - uno dei momenti più poetici e toccanti visti ultimamente al cinema, si fa specchio metanarrativo dell'intera traccia del film, facendo il punto su quanto già visto, esponendo lo stato contingente delle cose, e rinviando in sé a tutto quello che accadrà nei restanti settanta minuti circa di film.
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Il grande capo (2006), di Lars Von Trier |
LA SESTA VARIAZIONE. MAI FIDARSI DI UN DANESE, SPECIE SE GENIALE E DISPETTOSO
Chi è Il Grande Capo?
Sì, lo so che è banale iniziare un articolo in questa maniera, ma lasciamo perdere per un po' i clichè (oppure non parliamo di Von Trier) e diciamo subito che, sì, non ci sono grossi dubbi sulla (non-)identità della figura che dà il titolo alla pellicola. A seconda dei vari punti di vista, possono infatti essere considerati di volta in volta Grande Capo: Ravn, il vero (piccolo) capo nonché inventore-creatore-demiurgo del Grande Capo; l'attore Kristoffer, fisicizzazione (parziale, ci torno fra un momento) dell'entità grande capo e accettato (in quanto) tale da tutti (tutti i protagonisti, quelli che non lo sono, il "mondo esterno", non contano, poiché il film è un mondo chiuso come l'ufficio in cui si svolge gran parte della vicenda, ci tornerò più giù) fuorché quattro persone/aggi (Ravn, Kristoffer, la sua ex moglie, e un quarto che dirò tra poco); l'entità che potremmo chiamare C, ossia la costruzione fittizia architettata da Ravn prima e da Kristoffer poi (che personifica l'idea di Ravn solo fino a quando non genera la sua, per questo parlavo di fisicizzazione parziale), una sorta di vaso (aperto) di Pandora da cui penzolano i tragici fili del destino dei personaggi; il quarto personaggio che sa che Kristoffer non è il grande capo.
Quest'ultima è forse la risposta più "giusta" alla domanda, e del resto tale risposta è contenuta già nella locandina del film. Il poster ufficiale ci mostra infatti uno di fronte all'altro due uomini, in abiti neri stilizzati, uno di statura normale e un gigante alto più del doppio (o viceversa, ma preferisco questa lettura, anche perché l'uomo gigantesco non riesce neanche a stare tutto nello spazio della locandina, una piccola parte della testa è tagliata dal bordo superiore). L'uomo normale è Kristoffer (Jens Albinus), mentre il gigante, il vero - ed unico - grande capo, altri non è che lo stesso Lars Von Trier. La concusione è fin troppo semplice, e infatti è la voce narrante dello stesso regista ad aprire il film presentandolo come una commedia e in quanto tale "innocua", senza troppe riflessioni, introspezioni psicologiche, senza troppi fronzoli mentali insomma. Von Trier è un personaggio del film a tutti gli effetti, vi si introduce anche fisicamente (seppure solo di riflesso), è lui il quarto personaggio a sapere chi è (e chi non è) Kristoffer, e soprattutto è lui il personaggio principale, quello indicato dal titolo, dalla locandina, è lui il divo, è il suo personaggio che si assume le responsabilità (come dice espressamente prima di presentare un nuovo personaggio) al contrario di quanto facciano tutti gli altri, è lui che controlla tutto e che vede tutto, dall'esterno e anche dall'interno. Lui è il grande C. D'altronde tra la parola Direktøren (del titolo originale) e la parola Direktør (regista, sempre in danese), differenza praticamente non c'è.
Ed è in quest'ottica che assume senso la scelta di un mezzo, tanto - inutilmente - discusso, come l'Automavision. Non ha alcun senso stare a discutere sulle implicazioni estetiche che un mezzo come l'Automavision possa portarsi dietro, poiché questo computer, che decide da solo come e dove muovere la macchina da presa e staccare in maniera più o meno casuale su una serie di possibili varianti, è appunto solo un mezzo, è un modo come altri di fare le riprese. E ugualmente non bisogna - di nuovo! - dar peso alle parole del regista, che si preoccupa sempre di rilasciare dichiarazioni importanti prima dell'uscita della pellicola, anzi si possono tranquillamente considerare le sue parole come un paradosso (tipicamente vontrieriano) su quello che in realtà ci vuol dire davvero. Quando il dispettoso Lars dice che "[l'Automavision] mi ha permesso per la prima volta in vita mia di abbandonare l'ossessivo controllo di tutto, aspetto che ha sempre caratterizzato i miei film. Con l'Automavision non ero io a tenere il controllo, ma il computer", è chiaro che sta pensando l'esatto opposto: se un autore ossessionato dal controllo come Von Trier decide di affidare la fase di riprese a un computer, è palese che non è in quella fase che vede il controllo sull'opera. Sta dicendo che il regista di un film non è chi (come viene caricaturato nello splendido Vecchia America di Peter Bogdanovich) si limita a scegliere dove piazzare la mdp e a dire "Taglia!". Sta dicendo che l'Automavision non è altro che la necessità di un controllo sempre più totale. Da parte dell'autore, e solo di lui.
Le riprese fornite dall'automa sono solo la materia prima, che verrà gestita (controllata) dal regista sia in termini quantitativi (girando tanti ciak, anche con diverse intenzioni attoriali nella stessa scena, in modo da avere materiale a sufficienza) che in termini qualitativi, attraverso il montaggio.
L'automa è solo l'undicesima regola Dogma. La sesta variazione.
Bisogna trascurarlo, e guardare alla vera essenza del film.
Per cominciare a farlo, prendiamo brevemente in esame la gestione dell'elemento spaziale all'interno dell'opera.
Nelle prime righe di questo scritto, accennavo a come gran parte della vicenda sia ambientata all'interno della sede dell'azienda di Ravn. Il film si basa, da quest'ottica, su una dialettica tra dentro e fuori abbastanza classica e molto marcata. Per notarlo, prendiamo ad esempio tutte le sequenze ambientate fuori dagli uffici di Ravn e soci.
Fatta eccezione per due sequenze, le pochissime scene ambientate all'esterno vedono protagonisti solo quei quattro personaggi di cui abbiamo già detto, quelli che sanno che Kristoffer è un attore. Kristoffer, Ravn, Kisser, Lars. Sono i soli quattro a sapere che quella a cui stiamo assistendo è una messa in scena. All'interno dell'azienda stanno gli spettatori, coloro che alla messinscena devono assistere. Ravn e Kristoffer, per discutere della messinscena, della rappresentazione, dicono di incontrarsi "in terreno neutro", e ogni volta è un luogo diverso, ma sempre ovviamente fuori dagli uffici: l'esterno dell'azienda è tutto un dietro le quinte, è il luogo dove gli attori si preparano ad andare in scena. Kristoffer ci si incontra anche con l'ex moglie, sempre per prendere decisioni importanti sulla parte che sta interpretando, ma con l'ex moglie si incontra la prima volta dentro il suo ufficio.
Ed è sempre nell'ufficio del grande capo che questi ascolta le aspettative che gli spettatori hanno su di lui, le varie idee che i sei anziani si sono fatti nel corso degli anni e delle email, si confronta con ognuno di loro e porta avanti i rapporti in maniera distinta per ognuno dei sei. Se l'esterno è "terreno neutro", la stanza del grande capo è una specie di confessionale (curioso che Von Trier stesso parli di "una specie di Grande Fratello", a proposito del film e dell'Automavision). Del resto lo dice proprio Kristoffer la prima volta che ci mette piede: "Un ufficio è un luogo più sicuro di un corridoio".
Abbiamo accennato a due eccezioni alla regola per cui all'esterno si incontrino e agiscano solo i quattro "consapevoli". Una è sul soffitto del palazzo, quando Kristoffer va a parlare con Spencer. I due, complici la birra, l'atmosfera e soprattutto la difficoltà con la lingua, finiscono per stare entrambi in silenzio ad osservare il paesaggio e a godersi un attimo di relax. L'attore si lascia addirittura sfuggire quasi una confessione sul suo ruolo ("Eccola, la città senza camini!"), per colpa della forza intimistica del paesaggio - armonioso seppure metropolitano - in cui i due si trovano a condividere un momento di pace interiore. Quando non ci si attacca alle parole, e si è liberi di lasciarsi andare al piacere della vista di qualcosa di bello e armonioso, ecco che il cinema funziona, ecco che autore e fruitore (o spettatore) sono in pace l'uno con l'altro. L'altra eccezione riguarda la sequenza della gita-premio, organizzata da Kristoffer/Svend per cominciare ad accaparrarsi le simpatie dei sei anziani. Il perché in fondo l'ho appena detto: una volta ribaltata la propria posizione, Kristoffer deve inventarsi qualcosa, tentare il tutto per tutto per far sì che il pubblico gli conceda la possibilità di esibirsi nelle migliori condizioni. L'attore deve accaparrarsi la simpatia degli spettatori, e per farlo li trascina con sé nel suo mondo, come portarli dietro le quinte a fargli vedere il backstage. Li mette sullo stesso piano di Ravn, che a questo punto non controlla più Kristoffer (non bastano i pezzi di carta) e non sa più determinare con certezza le azioni che l'attore compierà sulla scena.
Il resto, è gran finale.
E aldilà di tutto questo, Il grande capo è una commedia dura quanto spassosa, spietata e intrigante, dissacrante ed inarrestabile, col ritmo delle migliori commedie classiche e un'ironia algida tipicamente nordica.
Bisogna saperlo cogliere Von Trier, proprio come il personaggio del grande capo islandese.
Come a dire: "Chi mi ama mi segua. Chi no, può andare tranquillamente a farsi fottere" (non è molto diverso dalla frase con cui la voce di Lars chiude il film: "Vorrei scusarmi sia con quelli che volevano di più che con quelli che volevano di meno. Quelli che hanno avuto ciò per cui sono venuti, se lo sono meritato").
Idiotamente vietato ai minori di 14 anni a causa di un rapporto sessuale tra due dei protagonisti, completamente vestiti, in una delle sequenze più esilaranti del film. Vi risparmio il predicozzo su quanto la televisione sappia essere infinitamente più deleteria.