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mercoledì, 09 agosto 2006

Bogdanovich

Su Peter Bogdanovich, ossia di un nuovo cinema vecchio

Piccolo commento scritto sul forum IOMA, riguardo a uno dei miei cineasti preferiti

Peter Bogdanovich è uno dei migliori registi (nonché dei migliori critici) degli ultimi 40 anni.
La sua poetica del cinema nostalgico non può non accaparrarsi l'amore di qualsiasi cinefilo e appassionato, le sue commedie hanno un ritmo che si ritrova forse solo nei migliori film di Woody Allen, il modo in cui ha appreso e rielaborato le lezioni di John Ford, di Orson Welles e dei grandi classici ci regala un cinema unico, coinvolgente, divertente, mai banale pur nella sua apparente (ma forse anche reale) semplicità.
Bersagli (Targets, 1968) è uno dei primi film della New Hollywood, e uno dei più cattivi del nuovo movimento. Boris Karloff interpreta sé stesso (anche se con un nome diverso), un celebre attore di film horror, che si rifiuta di girare l'ultima pellicola dell'orrore perché si è reso conto che ormai il vero orrore è quello fuori dello schermo. Anticipatore di alcuni temi che saranno poi sviluppati da cineasti come Lynch e Cronenberg, Bersagli, nel suo essere spietato, appare completamente diverso dal tono dei lavori del decennio successivo, eppure è l'unico capostipite possibile per la filmografia di quello che sarà Bogdanovich; pone infatti molti dei punti fermi intorno a quali il cineasta definirà la sua poetica, con la mente al(lo splendore del) passato(-dentro il cinema) e lo sguardo al(-lo schifo del) presente(-fuori).
L'ultimo spettacolo (The last picture show, 1972) è la consacrazione di Bogdanovich. Vince dei gran oscar e premi vari, in genere è riconosciuto come il suo capolavoro, grandi interpretazioni, di vecchi (oscar per Ben Johnson non protagonista) e nuovi (Jeff Bridges su tutti). Si tratta di uno sguardo su una cittadina del Texas degli anni Cinquanta, sui suoi abitanti, i ragazzi di oggi e quelli di ieri, uno sguardo lucido, nel geniale bianco e nero di Laszlo Kovacs (nome già sentito, eh?) come nel modo di osservare la vita.
Paper moon (1973), ancora girato in un bianco e nero ipercontrastato con Kovacs (che continuerà la collaborazione con Bogdanovich ancora fino a Dietro la maschera) è una commedia classica in piena regola, seppure ancora contro le regole (è pur sempre New Hollywood!). Un viaggio nel Sud della depressione (mm... reminiscenze da Furore di John Ford?) attraverso gli occhi di una irriverente orfanella (la splendida Tatum O'Neal) scortata da un uomo di chiesa (il padre Ryan, i due faranno coppia anche nel film seguente). Paper moon ha il ritmo e l'allusività dei capolavori di Ernst Lubitsch, il respiro dei film di John Ford, e la classe dei film di Billy Wilder. Un cocktail assolutamente senza paragoni.
Vecchia America (Nickelodeon, 1976) probabilmente chiude un ciclo. Bogdanovich e Kovacs tornano al colore per girare un film che parla del cinema dei pionieri degli anni Dieci, ma che estende il discorso al cinema in generale. Vecchia America è una dichiarazione d'amore per il cinema, d'intensità pari a quella di Effetto notte di Truffaut, ma dal contenuto forse ancora più estremo. Un avvocato (Ryan O'Neal) finisce casualmente a fare il regista per uno dei tanti indipendenti che provarono a sfidare il monopolio all'inizio del secolo; con una troupe alquanto sgangherata e attraverso una spassosa serie di vicissitudini, il protagonista scopre la passione e si dimostra all'altezza, per poi commuoversi e inchinarsi, nel finale, di fronte al capolavoro di David Wark Griffith ("Griffith è la cosa migliore che sia capitata al cinematografo da quando è stato inventato!" sbraita il produttore), The Clansman, che poi sarà ribattezzato in Nascita di una nazione ("Il film migliore che sarà mai stato fatto è già stato fatto" afferma con rassegnazione e ammirazione O'Neal). Ma il messaggio importante arriva alla fine proprio dal burbero produttore: "Se sei uno veramente bravo, allora i tuoi film sapranno sempre parlare alla gente". Mascherini d'epoca, citazioni, omaggi visivi, i Lumiere, Chaplin, Keaton, e naturalmente lui, Griffith, il più grande, il regista che alla fine è tutto ed è tutti.

Questo a mio avviso il meglio della produzione di Bogdanovich, poi sono splendidi film anche tutti gli altri, Dietro la maschera, Texasville, Quella cosa chiamata amore, lo stesso Rumori fuori scena...
Un grande.

postato da: sandrix alle ore 09/08/2006 02:48 | link | commenti (1)
categorie: autori, new hollywood