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mercoledì, 13 dicembre 2006

Marie Antoinette

 Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola

Considerazioni sparse

Immaginate una ragazza nata nel 1971, che nel 2006 legge sto libro sulla solitudine della regina maria antonietta e ci rivede lei stessa e la sua generazione quando era adolescente.
Ecco cos'è Marie Antoinette, ed ecco in che senso ho detto da qualche parte che Marie Antoinette è un film sugli anni Ottanta. Gli anni della rivoluzione (o sarebbe meglio chiamarli capricci?) dei teenager, una rivoluzione che però ognuno fa per sé, anche perché la maggior parte dei ragazzini che negli 80's si ribella non hanno nulla contro cui ribellarsi, se non una certa etichetta che si riflette principalmente nella loro solitudine.
Mentre il popolo fuori (sottolineo fuori) fa la vera rivoluzione, la regina - nei momenti in cui non è presa a divertirsi con le sue duetrè amiche(tte) - si impegna a fare la guerra agli sciocchi usi di corte, ma poi vuole le scarpe glamour (le converse, guarda un po'), vuole piantare le querce, vuole andare alle feste e stare oltre le tre e mezza, e via dicendo. Sottolineavo il fuori: il popolo è fuori non solo dalla reggia, ma anche dal film perché la ragazza non lo avverte come un problema suo. Ogni volta che per caso si imbatte nei problemi del popolo risulta piuttosto goffa, come nel celebre "Che mangino le brioche!", ma anche nella decisione di prendere le querce piccole invece di quelle già grandi, o in quella di interrompere le forniture di diamanti. Il popolo è fuori campo anche quando arriva alla reggia e la attacca. Dopo qualche sequenza che riprende la solita scena di Uccelli di Hitchcock (gli assediati nella stanza e i rumori da fuori), ecco che il popolo irrompe finalmente nel quadro, quando la regina esce sul balcone. È il momento di svolta, il momento in cui la regina si ravvede, in cui capisce, che la sua solitudine e la sua ribellione non sono servite a nulla poiché non le ha condivise con gli altri (nella precedente scena in cui si affaccia al balcone, la solitudine si avverte sensibilmente). La regina diventa consapevole di quanto sta accadendo solo quando se lo trova faccia a faccia, solo quando si affaccia sul balcone, solo quando è già condannata. Resta semmai da decidere se la colpa sia sua o di chi l'ha chiusa nel guscio isolandola dalla realtà.
Volendo, il rapporto con la Du Barry non è che lo specchio del rapporto col popolo. La delfina rivolge la parola alla preferita del re solo quando è ormai troppo tardi. Alla fine, quel gesto - palesemente costretto - non basterà a che la Du Barry non se ne vada voltando le spalle sia a Versailles che a Marie Antoinette. Tuttavia, se la delfina evita la Du Barry come la peste, non è tanto perché abbia deciso autonomamente che non le vada a genio, quanto perché questa idea gliel'hanno costruita le sue amicizie.
Una cosa che tralaltro non sarebbe successa se Marie Antoinette fosse rimasta in Austria. il passaggio tra i due paesi, all'inizio, è il passaggio da una persona vera ad una costruzione.
Maria Antonietta è un'adolescente come tanti che combatte la propria ribellione personale quando non è impegnata a farsi viziare e coccolare.

"Tutto questo è ridicolo..."
"Tutto questo, madame, è Versailles!"

Marie Antoinette insomma è un personaggio tutto sommato positivo ma che viene caricato sempre più negativamente dallo stato di isolamento in cui viene condotta.
Il film finisce con una condanna, ma inizia con una condanna forse peggiore.

postato da: sandrix alle ore 13/12/2006 23:08 | link | commenti (8)
categorie: nuove uscite

Commenti
#1   13 Dicembre 2006 - 23:12
 
è molto carino come film, a me è piaciuto...
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente franz1789

#2   13 Dicembre 2006 - 23:20
 
ammazza, il commento più veloce da quando esiste sto blog (appena 4 minuti dopo la pubblicazione del post)... :)

sì anche a me è piaciuto abbastanza, nonostante non fossi un grande ammiratore di Lost in translation.
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#3   14 Dicembre 2006 - 20:15
 
dilla tutta, è per via della Dunst... ;)
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#4   14 Dicembre 2006 - 20:46
 
claro che sì!
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#5   14 Dicembre 2006 - 22:10
 
Secondo me, invece, proprio Lost in Translation resta il migliore -e più personale- film della Coppola.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente redmondb

#6   18 Dicembre 2006 - 15:39
 
concordo con sandrix infatti i nostri giudizi sono consimili anche quello su Lost in Translation [brrrr!!] ... ma giuro, lo riprenderò in mano(occhio) ... cmq la coppola ha una freschezza registica davvero notevole se si pensa alla caratura storica dell'icona presa in focus (presa e svuotata) ... tra l'altro operazione vicina (almeno per intuizione) all'ultimo Van Sant.

Bau :)
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#7   19 Dicembre 2006 - 23:17
 
Lost in Translation a me è parso una versione "fictionizzata" di Tokyo-ga di Wenders, con spruzzatine di romanzi di Haruki Murakami qua e là. Secondo me è un film che va rivisto, perchè è molto ostico (aldilà della sua "funzionale" ... lentezza)
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#8   22 Dicembre 2006 - 20:37
 
ahò desaparecido!

riguardo a lost in translation, ricordo che freschissimo di visione scrissi su filmup: "Cosa voleva essere, una specie di remake di "Taxi driver" ambientato a Tokyo?".
e infatti mi stirano lo scroto entrambi.
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