I tre volti della paura
di Mario BAVA (Ita, 1963)
Tre episodi. Tre racconti del terrore, liberamente tratti da Maupassant (informazione fasulla nei titoli, visto che è di F.G. Snyder), Aleksej Tolstoj (cugino del celebre Lev) e Cechov.
Nel primo (Il telefono) Rosy è tormentata dalle telefonate minatorie di uno sconosciuto nel cuore della notte. La povera donna crede che a minacciarla sia il suo ex-amante Frank, la voce è invece quella dell'amica Mary, ma che rapporto c'è tra la vittima, Mary e Frank?
Nel secondo (I wurdalak) un aristocratico tenta in ogni modo di salvare la sua fidanzata, Sdenka, dalla famiglia cui appartiene, i cui elementi sono tutti trasformati in vampiri. Ma tutti gli sforzi sono inutili: la sorte della ragazza segue quella dei suoi congiunti.
Nell'ultimo (La goccia d'acqua) un'infermiera ruba l'anello di un'anziana medium defunta e viene perseguitata per la sua azione dal fantasma della stessa. Ma sarà davvero un fantasma a tormentare la donna, o semplicemente il rimorso della coscienza?
In veste di presentatore, oltre che di attore nel secondo episodio troviamo uno che non ha sicuramente bisogno di presentazioni: Boris Karloff, nella cui imponente figura si materializza il concentrato di paura ed ironia di cui è intriso l'intero film.
Mario Bava ricorda a tutti di essere un grande direttore della fotografia, un maestro dei colori, delle luci e delle ombre.

Il primo episodio si basa sull'attesa: non c'è traccia di elementi paurosi o di suspense, ma ci si chiede cosa stia per accadere, insomma c'è di che attaccarsi allo schermo. Girato tutto in interni, e senza dover creare atmosfere particolari, il regista non può dare sfogo alla propria creatività, e si "limita" a dare lezioni di tecnica.
Nel secondo buona parte delle scene sono in esterni, ed è una storia tipica da ambientazione ed atmosfere gotiche, gravi e rarefatte, fatte di nebbie fitte e luci e colori irreali, e di luoghi decadenti e cupi.
Il racconto di Tolstoj affronta il vampirismo, ma in un'ottica opposta rispetto ai vari Dracula, un'ottica più tipicamente esteuropea (riscontrabile già nel titolo: il wurdalak è il vampiro delle steppe russe, terra d'origine dell'autore della storia): qui i vampiri non sono creature dal fascino irresistibile, qui i vampiri sono gli elementi più deboli (il nonno, il bambino e, alla fine, la giovane amante), quindi i più difficili da individuare. Una storia dell'orrore abbastanza classica anche nella regia, colma di zoomate (uno dei più classici espedienti di Bava), primi piani angoscianti e inquadrature oniriche e visionarie. La presenza di Karloff (un'icona, mette paura solo a vederlo) dà quel qualcosa in più che rende gustosa la visione.
Ma il migliore, quello che stupisce, è il terzo episodio.
Qui l'autore gioca con l'elemento fondamentale di tutta la letteratura e filmologia horror: la paura della morte. E lo fa in maniera cruda, diretta, piazzandoci da subito in faccia un cadavere dai tratti sgradevoli e terrificanti, che ci perseguiterà per tutta la storia. Anche questo è girato completamente in interni, ma qui c'è da creare tutta un'atmosfera di pericolo imminente che aumenti la paura e il disagio, e Bava si diverte alla grande. Si diverte a darci fastidio, a martellarci i nervi, già tesi dalla situazione, giocando per tutta la durata con i rumori (le finestre che sbattono, il ronzio della mosca e il tintinnio delle gocce d'acqua) e con le luci vacillanti (i lampi del temporale, che illuminano l'appartamento entrando dalle finestre, non cessano mai, e nel momento del blackout diventano insopportabili). Il finale di questo episodio ci lascia (come molti altri film di Bava) il dubbio tra la soluzione realistica e quella fantastica, utile a mantenere vive le sensazioni di angoscia anche dopo la fine delle scene.
Ma qui questo trucchetto non serve a lasciare lo spettatore in condizione di disagio, serve per la dissacrazione del genere horror, che avviene magistralmente nello spassoso epilogo che svela i trucchi del mestiere (dimostrazione dell’ironia e - soprattutto - dell'autoironia di cui era capace l’autore). Uno sberleffo di Mario Bava al mondo delle megaproduzioni americane e, insieme, alla critica italiana che lo bistrattava.
Un colpo di genio, o meglio, di geniaccio.
Lo trovate anche qui.
Curiosità.
Il film ebbe un successo travolgente all'estero dove uscì con il titolo di Black Sabbath.
Il nome dell'omonimo gruppo rock inglese capeggiato da Ozzy Osbourne si rifà proprio al titolo di questo splendido lavoro di Mario Bava.
