Rebecca - La prima moglie
di Alfred HITCHCOCK (USA, 1940)
Da quando il cinema esiste, la sua strada si intreccia spesso con quella della letteratura.
Ci sono cose, nei libri, che i registi non possono fare, quando portano un'opera letteraria su pellicola; e ci sono cose, nel cinema, che gli scrittori non riescono a fare, quando provano a scrivere seguendo un impianto "cinematografico".
Film e libri sono necessariamente diversi.
Eppure, a volte, ci sono casi di film, ripresi da opere letterarie, in cui il regista e lo scrittore parlano delle stesse cose, fanno le stesse cose. Anche se in maniera diversa.
In tema di suspence (non starò certo qui a ripetere per l'ennesima volta cos'è la suspence per Hitchcock e come si costruisce) e di tensione, il regista ha i suoi mezzi (inquadra il dettaglio di una mano che apre una porta o che impugna un'arma, indugia sull'incedere di un personaggio,...); lo scrittore, che non ha mezzi visivi a disposizione, deve fare dell'altro, e allora ha a sua disposizione una serie di parole, soprattutto aggettivi, che creano l'atmosfera tesa: "inquietante", "strano", "improvvisamente", e così via.
Così, se la Du Maurier riesce a costruire tensione intorno alla figura della governante dicendoci chi è e descrivendola, Hitchcock deve trovare un altro modo di mettere la signora Danvers, e allora ecco l'idea geniale:
nella storia non c'era suspence, e allora Hitchcock inserisce lui stesso la suspence attraverso il conflitto tra personaggi, attraverso il rapporto tra la governante e la protagonista, tra il carnefice e la vittima. Hitchcock stesso spiega il trucco: "La signora Danvers quasi non camminava, non la si vedeva mai muoversi, da un posto all'altro. Per esempio, se entrava nella camera dove c'era la protagonista, la ragazza sentiva un rumore e la signora Danvers si trovava lì, sempre lì, in piedi, immobile. Era un mezzo per mostrare la situazione dal punto di vista della protagonista: non sapeva mai dov'era la signora Danvers, e così era più terrificante; vedere camminare la signora Danvers l'avrebbe umanizzata." (F. Truffaut, "Il cinema secondo Hitchcock").
Il romanzo di Daphne Du Maurier, da cui è stata tratta la sceneggiatura di Rebecca, è una storia psicologica, d'atmosfera, un'atmosfera malata, insana; amore e morte concorrono insieme a creare un susseguirsi di situazioni cattive, disturbanti, opprimenti. E Hitchcock ha riportato a meraviglia queste atmosfere nel film, fin dalle nebbie della sequenza d'apertura.
E Hitchcock fa anche un'aggiunta, a tutto quanto era nel romanzo della De Maurier: sempre Hitchcock, sempre a Truffaut, dichiara "In quel periodo c'erano molte donne scrittrici: non è che sia contrario a questo, ma Rebecca è una storia che manca di umorismo". E allora Hitchcock infarcisce la sceneggiatura di situazioni umoristiche e grottesche, soprattutto nella prima parte, quando è ancora in scena la signora Van Hopper.
Ma anche in seguito, tra le mura della magica residenza di Menderley, l'avvicendarsi delle situazioni è ricco di un'ironia macabra tipicamente Hitchcockiana, che culmina nella scena in cui la protagonista (che non viene mai chiamata per nome) rompe una "sua" statuetta, nascondendone i pezzi in un cassetto.
Il risultato di tutto questo lavoro, è una splendida fiaba d'altri tempi, ambientata tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, eppure attualissima. Un film magico, che magari sarà "non di Hitchcock", ma è completamente impregnato di Hitchcock.
