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domenica, 10 luglio 2005

L'Orestiade di Pasolini

Su Appunti per un'Orestiade africana, ossia di un progetto meta-filmico di cinema puro.

locandinaIl restauro dell'Orestiade di Pier Paolo Pasolini, affidato al laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna e che ha fatto la sua prima apparizione pubblica al Festival di Cannes proprio quest'anno, è un'operazione importantissima per la cultura italiana; un'opera da cui non si può prescindere, e che inevitabilmente aveva subìto, all'epoca della sua realizzazione, l'idiota trattamento della censura della Rai, che prima aveva commissionato il film e poi ne evitò accuratamente la trasmissione.

«Era quindi una sorta di documentario, di saggio. Non lo potevo concepire che in questa forma. Ma allora a chi lo avrei destinato, se non alle poche élites politicizzate che si interessano ai problemi del Terzo Mondo? Per estendere questo pubblico prevedibile, avrei dovuto fare un film 'giornalistico'. È difficile trattare un argomento del genere in tutta tranquillità, sia sul piano ideologico che politico. Penso che ai marxisti ufficiali certe verità non sarebbero state del tutto gradite. Anche i contestatori a loro volta vi avrebbero trovato materia di controversia» (P.P. Pasolini).

Ecco allora l’idea geniale che rende questa pellicola un esperimento unico nella storia del cinema, un documento dalla portata impressionante se si considerano i mezzi con cui è stato prodotto. L’idea, in un progetto meta-filmico (la pellicola inizia addirittura con Pasolini che si riprende specchiato sulla vetrina di un negozio in una città africana) che nessun altro autore ha mai avvicinato, è quella di costruire il film sulla sua costruzione, di nascondere la messinscena dietro la sua preparazione, di far credere – in altre parole – allo spettatore di stare guardando (come da titolo) degli appunti per un film, per fargli rendere conto solo a visione terminata di aver visto invece il film vero e proprio. E che film!

Il regista finge di fare prove, sopralluoghi, casting, e sfrutta l’audio per nascondervi dietro la messinscena: dice “questo potrebbe essere Agamennone” e invece quello è Agamennone, si chiede cosa potrebbe simbolizzare le Furie, e invece al tempo stesso le Furie sono sullo schermo, rappresentate dagli alberi in conflitto col mondo moderno. Non è un caso che sia Pasolini stesso a manovrare l’Arriflex 16mm a spalla, perché con la macchina da presa Pasolini scrive, con tutta la sua abilità di letterato; perché le parole da cogliere non sono quelle pronunciate, ma quelle mostrate; perché la sua versione dell’opera di Eschilo è ideata e realizzata per il cinema, e, di conseguenza, impostata attraverso un discorso sul cinema. Appunti per un’Orestiade africana è cinema allo stato puro, embrionale, un cinema che ormai non si vede più, un cinema che fa teoria cinematografica.

La poetica drammaticità del testo filmico sopraggiunge quasi con naturalezza, mentre Pasolini sembra quasi un novellino della macchina da presa che si esercita nella costruzione dell’immagine.

appuntiParticolarmente efficaci ai fini della poetica dell’opera sono le sequenze in cui il regista discute dei temi dell’opera con un gruppo di studenti africani residenti a Roma; in quegli interventi, dei diretti interessati, si coglie il dramma intenso della questione, si comprende che l’utopia suggerita da Pasolini deve fare i conti con la sua inattualità. Le onde poetiche di Pasolini si infrangono contro le parole dei ragazzi africani, l’intuizione drammatica si scontra con le vicissitudini della vita e della situazione reali. I ragazzi africani, papabili novelli Oreste, rappresentano d’altra parte il tribunale delle Eumenidi, chiamato ad esprimersi (di nuovo ora, alle soglie del 2000) sulla situazione di un popolo.

Tutto si richiama all’analogia pasoliniana, anche le musiche, che miscelando sonorità tipicamente “bianche” ad altre tipicamente “nere”, sono lo specchio dell’Africa occidentalizzata, quell’Africa occidentalizzata che Pasolini inquadra sin dall’inizio, sin da quella vetrina su cui si specchia con la mdp, in veste, ad un tempo, di Eschilo e di Oreste. E, naturalmente, di autore, autore di quest’opera.

«Una nuova nazione è nata, i suoi problemi non si risolvono, si vivono... Il futuro di un popolo è nella sua ansia di futuro, e la sua ansia è una grande pazienza». È il commento che chiude il film, che però non ha conclusione; l’Orestiade africana è in sospeso, è sospesa e lenta come le immagini finali, come la vita dei contadini di un’Africa che forse, prima o poi, sarà finalmente libera.

pubblicato su Positifcinema

postato da: sandrix alle ore 10/07/2005 16:30 | link | commenti (2)
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Commenti
#1   10 Agosto 2005 - 02:33
 
Ottimo commento. Un film da riscoprire. Vorrei ricordare che a quelle immagini vivide e indimendicabili, montate con un ritmo incalzante, fà da efficace contrappunto il jazz "terzomondista" del grande saffonista argentino Gato Barbieri, all'epoca molto attivo in Italia.
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#2   10 Agosto 2005 - 04:19
 
in effetti mi sono completamente dimenticato di parlare della musica di Barbieri e dei duetti di Savage e la Murray, elemento fondamentale nel contesto dell'intera messa in scena.

Purtroppo sono andato al cinema con un sonno arretrato notevole, e ho dormito per 20 minuti buoni durante la visione del film. Sono uscito dal cinema sbraitando, e sono rimasto arrabbiato con me stesso per duetrè giorni a causa di sto fatto, perché mi rompeva da matti essermi perso buona parte di un film come questo.
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