Su Blade runner (di Ridley Scott), ossia di "un film senza autore"
Che Blade runner sia stata una delle più grosse cine-delusioni della mia vita è cosa ben nota, almeno tra chi mi bazzica un po'.
Visto che non riuscivo a trovare un punto da cui partire per "smontare" il film, giorni fa ho colto l'attimo quando in biblioteca mi è capitato davanti agli occhi questo libro, e l'ho preso pensando «lo leggo, vedo che cosa il film avrebbe dovuto o potuto comunicarmi, e poi dico perché non l'ha fatto».
Ebbene, non solo in 120 pagine non c'è scritto nulla di interessante riguardo alle scelte di Scott, ma anzi, Menarini - che, nel primo capitolo, pone Blade runner tra i cinque film preferiti non solo da sè stesso, ma addirittura da "metà della popolazione occidentale vivente" - arriva a darsi la zappa sui piedi già a pagina 15, quando scrive:
«[...]ci accorgiamo di aver forse ridotto il ruolo del regista a quello di esperto metteur en scène, talentuoso quanto superficiale inventore di forme visive (che non sarebbe comunque poca cosa). Ciò è dovuto al fatto che, come in testa al capitolo si suggerisce, Blade runner è diventato un "film senza autore", e cioè proprio uno di quei cult movies che non hanno bisogno di un marchio, di una cifra, di un'"autorizzazione" per essere vivi nel pensiero generale.
Blade runner appartiene a Scott quanto ad Harrison Ford, a Syd Mead quanto a Rutger Hauer, a Philip K. Dick quanto ad Hampton Fancher e David Peoples. Non perché sia difficile più che altrove determinare meriti e demeriti (terribile concezione normativa del cinema [ma chi l'ha detto?, aggiungo io])
, ma perché semplicemente non è operativa in tal luogo una politique des auteurs o una riflessione sulla regia.»
Bene.
Non avrei saputo trovare parole migliori, per affossare questo (o un altro) film.
Il resto del libro di Menarini parla della trama, accenna a qualche lettura dei sottotesti, richiama diverse volte a Metropolis di Lang (ma più per l'impostazione narrativa, la struttura della città futuristica e i rapporti sociali), e non fa altro che ribadire ad ogni pagina quel "più umani degli umani" che, in sostanza, da solo (ah sì, la resa della città futuristica... ma figuriamoci) ha generato la fortuna di questa pellicola.
Grazie, ma mi bastava il romanzo, ottimo (sulla fiducia, purtroppo non l'ho mai letto), di Philip K. Dick. Lui sì, un grande Autore.
