La fabbrica di cioccolato, di Tim Burton
...Considerazioni sparse...
Quello che colpisce (in negativo) maggiormente è l'interpretazione che Burton mette in scena della favola di Dhal e del personaggio di Willy Wonka, copmletamente agli antipodi rispetto a quello che ci si sarebbe aspettati da Tim Burton.
Mel Stuart già disegnava intorno al malinconico sorriso di Gene Wilder una storia dai toni cupi, dark nonostante un'ambientazione scenografica allegra ed essenziale. Quella di Stuart era una fiaba che non aveva bisogno di spiegare i retroscena biografici di tutti i personaggi per andare avanti, poiché viaggiava sui binari dell'atmosfera. Ecco cosa manca, sostanzialmente, alla pellicola di Burton: l'atmosfera. Paradossale, se si considera che stiamo parlando di un cineasta unico nella proposta di storie sempre intrise di quel "nonsochè" che invece sappiamo tutti bene cos'è, solo che nessuno vuole raccontarlo a parole poiché, nonostante la funzione cognitiva del linguaggio, ci sono cose che si spiegano bene solo tra sè e sè, senza pensarle ma immaginandole. E le atmosfere che ormai di diritto si possono definire "burtoniane" fanno parte di questa ristretta sfera di concetti concretamente astratti.
Wonka-Depp non è più il sognatore stravagante che era Wonka-Wilder. Il personaggio scolpito da Burton sul poliedrico corpo di Depp è un mentecatto misantropo, reso tale dalle violenze subite dal (unico?, la madre non si vede mai) genitore (se vogliamo, poi, Dracula che fa la parte del dentista è un po' pacchiana come cosa... ), e che alla fine si convertirà pateticamente ai valori della società, non andrà in cerca di una società a sua misura, come accade di solito ai freak protagonisti dei film di Burton (e non solo).
Quello che di buono traspare dalla pellicola si concentra in una prima parte in cui la matrice espressionista (e wieniana in particolar modo) è marcata come non mai dall'autore californiano (si pensi, a puro titolo esemplificativo, alle deformazioni della casa dei Bucket ed in particolare alla porta obliqua) ed in cui i richiami alla pellicola di Stuart sono ancora confortevoli e confortanti (quando viene inquadrato per la prima volta il letto con i quattro nonni si gonfia il cuore di ogni aficionado del classico del '71).
Per il resto, non esiterei a definire la pellicola, soprattutto nella sua parte centrale (la visita alla fabbrica), tendenzialmente noiosa. Un susseguirsi di inquadrature spesso stanche e svogliate che si accostano con il solo intento di mostrare come i prodigi della tecnica possano rinverdire l'immaginario visivo legato al romando di Dhal rispetto alle antiquatezze della prima storica versione cinematografica.
Una lettura probabilmente interessante si può ritrovare in tutta una serie interminabile di sottotesti critici, verso la società, verso il capitalismo, verso la borghesia, di denunce contro le violenze (sia fisiche che psicologiche, intelligentemente fuse nell'immagine della mostruosa mascherina odontoiatrica che Wilbur Wonka impone a suo figlio Willy) sui figli e sugli animali, di richiami al marxismo e alla sua concezione materialistica della storia e della società, di attacchi al credo americano del self-made man e al tempo stesso di elogi verso un certo tipo di atteggiamenti "tipicamente americani".
