King Kong, di Peter Jackson
...Considerazioni sparse (sui difetti del film)...
Com'è ormai diventato consuetudine in questo luogo, per le nuove uscite di cui non scrivo una recensione vera e propria, mi limito a raccogliere insieme alcune considerazioni lasciate qua e là in giro per i vari forum. Questa volta però è un caso un po' particolare. Il King Kong di Peter Jackson presenta diversi aspetti positivi, ma (almeno per ora) mi sono limitato a discutere di quelli negativi, poiché a mio avviso abbastanza gravi da rendere la pellicola decisamente insufficiente. Rimando quindi ad un secondo momento un eventuale post dedicato ai pregi della pellicola.
Fatti salvi alcuni ottimi spunti di riflessione meta-cinematografica, che fanno sempre bene, il King Kong di Jackson è sostanzialmente una palla inumana. Il problema di Jackson ormai è chiaro, anzi mi stupisco di non averci pensato prima: Kubrick si è reincarnato nel regista neozelandese. Peccato, perché prima era ottimo.
Il problema, in King Kong come lo era stato nella trilogia degli anelli, è sostanzialmente duplice.
In primo luogo, si tratta di un problema di selezione, che si porta dietro di conseguenza una malsana gestione dei tempi. Le inquadrature completamente inutili non sono certo poche, e neanche quelle (s)tirate troppo per le lunghe. i casi possibili sembrano essere due: o Jackson è troppo innamorato del proprio girato, e in fase di montaggio fa fatica a scartare, o più semplicemente non è capace di comprendere cosa funziona e cosa dovrebbe essere sacrificato affinché il resto funzioni meglio. Ci piace pensare che sia vera la prima delle due (anche perché prima della trilogia Jackson ha dato abbondantemente prova di saper costruire un film senza eccedere), ma nell'uno o nell'altro caso la soluzione è la stessa: molto semplicisticamente, deve tagliare di più.
In secondo luogo, Jackson dovrebbe smetterla di dire qualsiasi cosa come se stesse chiedendo di sposarlo alla protagonista di una commedia romantica hollywoodiana di -ant'anni fa. ralenti e fermi-immagine (in particolare nella parte sull'isola), ma anche frastuoni di colonna sonora e soprattutto una macchina da presa che indugia sempre, fino a far scemare completamente l'attesa dello stacco: tutti questi mezz(ucc)i concorrono ad una spettacolarizzazione del visibile tutt'altro che funzionale ai fini della storia, che poteva essere raccontata benissimo senza sottolineare ogni parola dieci volte come fanno i bambini delle medie.
Si può dire insomma che, a causa di una inutile ed ontologicamente scorretta ricerca della perfezione e del dettaglio, Jackson abbia tirato fuori (nel Kong come nella trilogia) un prodotto lento, gonfio e tronfio, eccessivamente enfatico, ed iperbolico nell'ostentatezza di una magniloquenza assolutamente non richiesta da una fiaba che parte da Melville e Beaumont per arrivare ai pionieri del cinema.
In tutto ciò si dipana l'accostamento, che ho proposto poco più sopra, con Stanley Kubrick.
In conclusione, King Kong non è affatto inferiore al Signore degli anelli, anzi è realizzato nello stesso identico modo, solo più ricco di strizzate d'occhio alla propria professione di cineasta, come ad esempio nella splendida scena in cui Jack Black si difende dagli insettoni preistorici usando il treppiede della macchina da presa ormai sfracellata al suolo: il regista comprende che il cinema gli è semplicemente indispensabile per sopravvivere, senza troppi fronzoli, omaggi, spettacolarità.
Paradossale trovare un messaggio del genere in un film del genere.
