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martedì, 25 aprile 2006

Monica e il desiderio

Su Monica e il desiderio di Ingmar Bergman, ossia di tutto in un fotogramma

Nel 1953, quando gira Monica e il desiderio, il trentacinquenne Ingmar Bergman è ancora praticamente sconosciuto al di fuori della sua Svezia, nonostante abbia già girato in precedenza undici film (tra cui Prigione, Un'estate d'amore, Donne in attesa...), e - come già detto altrove - nessuno si accorgerebbe di lui se non fosse per i Cahiers e per l'esaltazione fatta sulle pagine della rivista, dove in particolare Godard si innamora del cinema di Bergman e della sua capacità di dilatare un istante visivo all'infinito, di racchiudere tutto e oltre in un fotogramma. I due primi piani dei protagonisti, nelle sequenze finali, dicono davvero tutto senza bisogno di parole, semplicemente attraverso il linguaggio del cinema, che è il montaggio: così il volto di Monika viene montato in sequenza con le insegne dei locali malfamati che la ragazza riprenderà a frequentare; quello di Harry invece viene alternato con i flashback dei momenti in cui la loro unione si è cementata.
Cosa accadrà, o meglio, come andranno le cose oltre la fine è chiaro, e infatti il film non ha fine (il fatidico "The end" - o corretto equivalente in svedese - non compare da nessuna parte (almeno nel dvd, magari dico una cazzata... eheheh)). Si interrompe la narrazione, ma non si interrompe(-ono) la(-e) storia(-e) di Monika e di Harry, il destino dei due protagonisti è segnato e Bergman ce lo suggerisce attraverso quelle scelte di montaggio: lui potrà "salvarsi" nonostante le difficoltà e i carichi (il padre, la bambina, l'accavallamento lavoro-studio-faccende,...) grazie all'ottimismo e alla voglia di guardare avanti (mostrata attraverso un guardare indietro); lei invece è destinata a tornare sempre a toccare il fondo, perché non sa guardare oltre l'istante presente (al punto da comprarsi un cappotto con i soldi dell'affitto, pur sapendo che questo comporterà loro lo sfratto immediato).
All'opposto di quanto accade in Viaggio in Italia di Rossellini (dello stesso anno), i due ragazzi scoprono l'amore solo nell'isolamento, lontani da tutti e da tutto. Il pessimismo di Bergman è ben noto, ma qui regala più che briciole di speranza, nella figura di Harry (e della figlia).
E questo è il Bergman che ci piace, genuino, coraggioso, impavido, quasi sfrontato, d'impatto, vigoliano, rosselliniano, che prende la macchina e gira così come viene, perché è nel montaggio che verranno fuori i significati, sperimentale (la Detassis negli extra del dvd parla di avanguardistico se ben ricordo, ma è assolutamente sbagliato, in quanto un'avanguardia per essere tale prevede un bagaglio teorico come presupposto, mentre Bergman si basa esclusivamente sul proprio talento visivo), diretto, e, soprattutto, spontaneo.
Sono queste le caratteristiche per cui il film sarà tanto amato dai critici dei Cahiers; Monica e il desiderio è un film girato da un autore con una manciata di quattrini e con tante idee, girato all'aperto, con attori poco noti, con una fotografia di stampo quasi documentaristico... insomma, quasi "in presa diretta sulla realtà".

postato da: sandrix alle ore 25/04/2006 21:18 | link | commenti (2)
categorie: cinema dautore

Commenti
#1   07 Gennaio 2007 - 15:16
 
Scusami, ma secondo te la Detassis avrà mai fatto un commento intelligente in quei dvd della BIM?...
utente anonimo

#2   08 Gennaio 2007 - 16:21
 
in effetti risponderei no anche omettendo le ultime parole della tua domanda.
utente anonimo

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