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Il grande capo (2006), di Lars Von Trier |
LA SESTA VARIAZIONE. MAI FIDARSI DI UN DANESE, SPECIE SE GENIALE E DISPETTOSO
Chi è Il Grande Capo?
Sì, lo so che è banale iniziare un articolo in questa maniera, ma lasciamo perdere per un po' i clichè (oppure non parliamo di Von Trier) e diciamo subito che, sì, non ci sono grossi dubbi sulla (non-)identità della figura che dà il titolo alla pellicola. A seconda dei vari punti di vista, possono infatti essere considerati di volta in volta Grande Capo: Ravn, il vero (piccolo) capo nonché inventore-creatore-demiurgo del Grande Capo; l'attore Kristoffer, fisicizzazione (parziale, ci torno fra un momento) dell'entità grande capo e accettato (in quanto) tale da tutti (tutti i protagonisti, quelli che non lo sono, il "mondo esterno", non contano, poiché il film è un mondo chiuso come l'ufficio in cui si svolge gran parte della vicenda, ci tornerò più giù) fuorché quattro persone/aggi (Ravn, Kristoffer, la sua ex moglie, e un quarto che dirò tra poco); l'entità che potremmo chiamare C, ossia la costruzione fittizia architettata da Ravn prima e da Kristoffer poi (che personifica l'idea di Ravn solo fino a quando non genera la sua, per questo parlavo di fisicizzazione parziale), una sorta di vaso (aperto) di Pandora da cui penzolano i tragici fili del destino dei personaggi; il quarto personaggio che sa che Kristoffer non è il grande capo.
Quest'ultima è forse la risposta più "giusta" alla domanda, e del resto tale risposta è contenuta già nella locandina del film. Il poster ufficiale ci mostra infatti uno di fronte all'altro due uomini, in abiti neri stilizzati, uno di statura normale e un gigante alto più del doppio (o viceversa, ma preferisco questa lettura, anche perché l'uomo gigantesco non riesce neanche a stare tutto nello spazio della locandina, una piccola parte della testa è tagliata dal bordo superiore). L'uomo normale è Kristoffer (Jens Albinus), mentre il gigante, il vero - ed unico - grande capo, altri non è che lo stesso Lars Von Trier. La concusione è fin troppo semplice, e infatti è la voce narrante dello stesso regista ad aprire il film presentandolo come una commedia e in quanto tale "innocua", senza troppe riflessioni, introspezioni psicologiche, senza troppi fronzoli mentali insomma. Von Trier è un personaggio del film a tutti gli effetti, vi si introduce anche fisicamente (seppure solo di riflesso), è lui il quarto personaggio a sapere chi è (e chi non è) Kristoffer, e soprattutto è lui il personaggio principale, quello indicato dal titolo, dalla locandina, è lui il divo, è il suo personaggio che si assume le responsabilità (come dice espressamente prima di presentare un nuovo personaggio) al contrario di quanto facciano tutti gli altri, è lui che controlla tutto e che vede tutto, dall'esterno e anche dall'interno. Lui è il grande C. D'altronde tra la parola Direktøren (del titolo originale) e la parola Direktør (regista, sempre in danese), differenza praticamente non c'è.
Ed è in quest'ottica che assume senso la scelta di un mezzo, tanto - inutilmente - discusso, come l'Automavision. Non ha alcun senso stare a discutere sulle implicazioni estetiche che un mezzo come l'Automavision possa portarsi dietro, poiché questo computer, che decide da solo come e dove muovere la macchina da presa e staccare in maniera più o meno casuale su una serie di possibili varianti, è appunto solo un mezzo, è un modo come altri di fare le riprese. E ugualmente non bisogna - di nuovo! - dar peso alle parole del regista, che si preoccupa sempre di rilasciare dichiarazioni importanti prima dell'uscita della pellicola, anzi si possono tranquillamente considerare le sue parole come un paradosso (tipicamente vontrieriano) su quello che in realtà ci vuol dire davvero. Quando il dispettoso Lars dice che "[l'Automavision] mi ha permesso per la prima volta in vita mia di abbandonare l'ossessivo controllo di tutto, aspetto che ha sempre caratterizzato i miei film. Con l'Automavision non ero io a tenere il controllo, ma il computer", è chiaro che sta pensando l'esatto opposto: se un autore ossessionato dal controllo come Von Trier decide di affidare la fase di riprese a un computer, è palese che non è in quella fase che vede il controllo sull'opera. Sta dicendo che il regista di un film non è chi (come viene caricaturato nello splendido Vecchia America di Peter Bogdanovich) si limita a scegliere dove piazzare la mdp e a dire "Taglia!". Sta dicendo che l'Automavision non è altro che la necessità di un controllo sempre più totale. Da parte dell'autore, e solo di lui.
Le riprese fornite dall'automa sono solo la materia prima, che verrà gestita (controllata) dal regista sia in termini quantitativi (girando tanti ciak, anche con diverse intenzioni attoriali nella stessa scena, in modo da avere materiale a sufficienza) che in termini qualitativi, attraverso il montaggio.
L'automa è solo l'undicesima regola Dogma. La sesta variazione.
Bisogna trascurarlo, e guardare alla vera essenza del film.
Per cominciare a farlo, prendiamo brevemente in esame la gestione dell'elemento spaziale all'interno dell'opera.
Nelle prime righe di questo scritto, accennavo a come gran parte della vicenda sia ambientata all'interno della sede dell'azienda di Ravn. Il film si basa, da quest'ottica, su una dialettica tra dentro e fuori abbastanza classica e molto marcata. Per notarlo, prendiamo ad esempio tutte le sequenze ambientate fuori dagli uffici di Ravn e soci.
Fatta eccezione per due sequenze, le pochissime scene ambientate all'esterno vedono protagonisti solo quei quattro personaggi di cui abbiamo già detto, quelli che sanno che Kristoffer è un attore. Kristoffer, Ravn, Kisser, Lars. Sono i soli quattro a sapere che quella a cui stiamo assistendo è una messa in scena. All'interno dell'azienda stanno gli spettatori, coloro che alla messinscena devono assistere. Ravn e Kristoffer, per discutere della messinscena, della rappresentazione, dicono di incontrarsi "in terreno neutro", e ogni volta è un luogo diverso, ma sempre ovviamente fuori dagli uffici: l'esterno dell'azienda è tutto un dietro le quinte, è il luogo dove gli attori si preparano ad andare in scena. Kristoffer ci si incontra anche con l'ex moglie, sempre per prendere decisioni importanti sulla parte che sta interpretando, ma con l'ex moglie si incontra la prima volta dentro il suo ufficio.
Ed è sempre nell'ufficio del grande capo che questi ascolta le aspettative che gli spettatori hanno su di lui, le varie idee che i sei anziani si sono fatti nel corso degli anni e delle email, si confronta con ognuno di loro e porta avanti i rapporti in maniera distinta per ognuno dei sei. Se l'esterno è "terreno neutro", la stanza del grande capo è una specie di confessionale (curioso che Von Trier stesso parli di "una specie di Grande Fratello", a proposito del film e dell'Automavision). Del resto lo dice proprio Kristoffer la prima volta che ci mette piede: "Un ufficio è un luogo più sicuro di un corridoio".
Abbiamo accennato a due eccezioni alla regola per cui all'esterno si incontrino e agiscano solo i quattro "consapevoli". Una è sul soffitto del palazzo, quando Kristoffer va a parlare con Spencer. I due, complici la birra, l'atmosfera e soprattutto la difficoltà con la lingua, finiscono per stare entrambi in silenzio ad osservare il paesaggio e a godersi un attimo di relax. L'attore si lascia addirittura sfuggire quasi una confessione sul suo ruolo ("Eccola, la città senza camini!"), per colpa della forza intimistica del paesaggio - armonioso seppure metropolitano - in cui i due si trovano a condividere un momento di pace interiore. Quando non ci si attacca alle parole, e si è liberi di lasciarsi andare al piacere della vista di qualcosa di bello e armonioso, ecco che il cinema funziona, ecco che autore e fruitore (o spettatore) sono in pace l'uno con l'altro. L'altra eccezione riguarda la sequenza della gita-premio, organizzata da Kristoffer/Svend per cominciare ad accaparrarsi le simpatie dei sei anziani. Il perché in fondo l'ho appena detto: una volta ribaltata la propria posizione, Kristoffer deve inventarsi qualcosa, tentare il tutto per tutto per far sì che il pubblico gli conceda la possibilità di esibirsi nelle migliori condizioni. L'attore deve accaparrarsi la simpatia degli spettatori, e per farlo li trascina con sé nel suo mondo, come portarli dietro le quinte a fargli vedere il backstage. Li mette sullo stesso piano di Ravn, che a questo punto non controlla più Kristoffer (non bastano i pezzi di carta) e non sa più determinare con certezza le azioni che l'attore compierà sulla scena.
Il resto, è gran finale.
E aldilà di tutto questo, Il grande capo è una commedia dura quanto spassosa, spietata e intrigante, dissacrante ed inarrestabile, col ritmo delle migliori commedie classiche e un'ironia algida tipicamente nordica.
Bisogna saperlo cogliere Von Trier, proprio come il personaggio del grande capo islandese.
Come a dire: "Chi mi ama mi segua. Chi no, può andare tranquillamente a farsi fottere" (non è molto diverso dalla frase con cui la voce di Lars chiude il film: "Vorrei scusarmi sia con quelli che volevano di più che con quelli che volevano di meno. Quelli che hanno avuto ciò per cui sono venuti, se lo sono meritato").
Idiotamente vietato ai minori di 14 anni a causa di un rapporto sessuale tra due dei protagonisti, completamente vestiti, in una delle sequenze più esilaranti del film. Vi risparmio il predicozzo su quanto la televisione sappia essere infinitamente più deleteria.
Grizzly Man (2005) di Werner Herzog
Eros e Tanathos nel labirinto degli orsi
Assolvenza dal nero.
Un paesaggio sterminato della penisola dell'Alaska, maestoso quasi quanto e più della Monument Valley di John Ford. Sullo sfondo, le cime più alte dei monti sconfinano oltre il bordo superiore dell'inquadratura.
Due orsi annusano e mangiano l'erba del campo che occupa tutta la metà inferiore del quadro. Non sanno di essere inquadrati, o non ci fanno caso; sono disinvolti, perfettamente integrati nell'ambiente.
Macchina da presa ferma (sul cavalletto), immobile. C'è solo da contemplare la perfezione - o quella che sembra tale - della natura. Un'inquadratura eterna come il mondo e come quell'ambiente, un'inquadratura che dura da sempre, da prima che esistesse il cinema, da prima che esistesse l'uomo.
Compare il titolo in sovrimpressione, e immediatamente compare l'uomo, e con lui i rumori (dei passi nell'erba) e la parola. La perfezione contemplativa dell'ambiente (dell'inquadratura) è rotta; l'irruzione dell'uomo nel quadro è l'irruzione dell'Uomo nella Storia. Timothy Treadwell presenta la sua missione, e subito parla di morte ("I will die", "I can smell death all over my fingers"); il misterioso protagonista presagisce da subito quella che sarà la sua fine (del resto la conosciamo anche noi, non è un mistero che si scopre nel finale) e lo ribadisce in continuazione nell'arco del film, e per Werner Herzog è lo specchio lucido e consapevole della condanna che pesa sul capo dell'Uomo sin da quando questo ha fatto la sua comparsa nel mondo, nella Storia. La Natura l'ha promosso (forse) come specie più adatta(ta), ed è per questo che Herzog definisce la natura "stupida e sbagliata", perché così facendo essa stessa ha firmato la propria autodistruzione, quella (auto-)distruzione che del resto il regista tedesco ci illustrerà nel suo - splendido e imponente - lavoro successivo (seppure arrivato nelle nostre sale un anno fa), L'ignoto spazio profondo, e come ci ha in fondo già illustrato attraverso tutta la sua filmografia.
Che cosa siano - nella visione di Herzog - le oltre 100 ore di filmato girato da Treadwell, ce lo dice il regista stesso dopo pochi minuti, per mettere subito in chiaro quello che sta per mostrarci: "Ho scoperto un film di estasi umane e di cupo disordine interiore". Dopo quaranta minuti, Herzog arriva forse al nocciolo (teorico) della questione, chiarisce almeno in parte il perché del suo interesse per la figura di Treadwell aldilà del suo rapporto con la natura, e lo fa ampliando questo rapporto, da un rapporto a due uomo-natura, a quello a tre, che è la chiave dell'opera, uomo-macchina da presa-natura. La videocamera diventa non solo la sua unica compagna e il suo strumento di esplorazione, ma qualcosa di più, qualcosa con cui, appunto, costruire un rapporto, una confidente, uno specchio, un diario. Uno strumento di ricerca non più tanto nel paesaggio intorno a lui, ma in sé stesso.
Mostrando alcuni dei "ciak" che Treadwell ripeteva diverse volte (spesso fino a quindici volte!), lo descrive come un regista meticoloso, metodico, che metteva nel suo lavoro di documentazione la stessa grinta con cui difendeva gli orsi, le volpi, l'ambiente. Ci spiega che forse neanche Treadwell stesso si rendeva conto di come il suo metodo generasse nelle immagini una strana e misteriosa bellezza, in momenti solo apparentemente vuoti. E non credo sia un caso l'utilizzo della parola "empty" proprio su una di quelle immagini, in un momento in cui Treadwell è fuori campo, nascosto dalla vegetazione.
Grizzly man è l'omaggio di Werner Herzog ad un uomo che, probabilmente senza realizzarlo, è uno dei più grandi registi degli ultimi quindici anni. L'importanza del tema della natura nel cinema di Herzog è da sempre chiara, infatti, ed è per questo che decide di indagare nella figura di un uomo che ha fornito alcune delle immagini più belle e incontaminate di sempre sulla natura: arrivare, se non a svelare, almeno a comprendere in parte le idee e i pensieri di un uomo che amava più il "suo" ambiente che le sue donne.
http://www.positifcinema.com/grizzlyman.htm
Scoop (2006) di Woody Allen
IL FILM DEFINITIVO?
Per introdurre un discorso sull'ultimo lavoro (e naturalmente è già in cantiere il prossimo) di quello che forse è il più prolifico autore vivente, non potrebbe esserci premessa migliore dei suoi quasi quarant'anni di carriera. Sì, perché Scoop è - ancora una volta, e sempre di più - il film definitivo di Woody Allen, è la risposta sempre più precisa ed esaustiva a chi, cieco, si chiedesse di cosa Allen abbia parlato in oltre quaranta film, battute a parte. E' la sublimazione di tutto il cinema del regista newyorkese portato alle estreme conseguenze.
Specchio riflesso! – Dialettiche e illusioni
Il cinema di Allen è da sempre per eccellenza cinema della dialettica, ove dialettica va inteso sia nel senso di oratoria (meglio ancora, di parlantina) che in quello di dramma dei contrasti. Se non va certo spiegata la prima accezione, nella filmografia tutta come nel film in particolare (nelle vicende narrate in Scoop, un ruolo fondamentale soprattutto per Sondra e Sid hanno la brillantezza e l'abilità nel parlare, il saper trovare le parole giuste, nel modo giusto e con tempestività), vediamo in breve in che modo i contrasti messi in scena in Scoop riflettano le luci dell'opera omnia alleniana.
Cominciamo dall'inizio. Il giornalista di successo Joe Strombel muore, e finisce sul battello per l'aldilà capitanato dalla morte in persona. Proprio la personificazione "bergmaniana" della Sorella con la falce e la materializzazione dell'aldilà ci riportano direttamente ad Amore e guerra, e in generale ad uno dei grandi temi che un cinico nevrotico come Allen non avrebbe potuto non tirare in ballo ad ogni opera (si pensi al magistrale movimento di macchina che rigenera in un secondo proprio il percorso vita-morte passando da Allen allo scheletro da laboratorio, in Manhattan, nella scena della discussione tra Ike e Yale all'università; o alla lotta per la vi(s)ta del protagonista di Hollywood ending; o alla crocefissione in strada per il parcheggio in Bananas; alla morte rinviata del
Dormiglione, o a quella devastante/rigenerante di Interiors).
Il set della carontica "crociera" è forse il più importante dell'opera. Una piscina, una bagnarola di legno molto decorativa, fumo e luci di scena (Ombre e nebbia?); il costume della morte è molto evidente, le comparse sulla nave sono immobili. Tutta la scena è impostata su toni marcatissimi, su un regime di scrittura tutt'altro che classico. Sulla teatralità. Anche la macchina da presa è sempre sulla quarta parete, riprende sempre dalla stessa quinta, proprio come gli spettatori a teatro vedono tutti dalla stessa parte della scena. Ecco cos'è che rende Scoop il (anzi, un) film definitivo di Woody Allen, ecco dov'è che il regista non si era mai spinto. La contrapposizione vita/morte viene rimarcata attraverso l'altro grande dualismo che da sempre definisce il cinema dell'autore, quello tra teatro e cinema, o più specificatamente tra scrittura teatrale e linguaggio cinematografico. La sequenza in questione è dichiaratamente di stampo teatrale, eppure solo utilizzando gli apparati linguistici propri del cinema Allen riesce a mostrarci Strombel che si tuffa e che sfugge (per qualche secondo) all'attenzione della Morte. Strombel deve sfuggire alla Morte per mettersi in contatto coi vivi, e per farlo Allen non può che sfuggire al teatro e affidarsi al cinema e al montaggio. L'incomunicabilità (altro tema trattato e ritrattato in tutte le sue sfaccettature, dal biglietto scritto male nella rapina in banca di Prendi i soldi e scappa, alle incomprensioni con i fan in Stardust memories, fino agli equivoci di Anything else) tra morti e vivi viene risolta attraverso il cinema, attraverso il montaggio, attraverso i trucchi di scomposizione e ricomposizione (in un incastro di scatole cinesi e di rimandi tra il numero di illusionismo e l'apparizione di Strombel, giocato tra la magia mélièsiana dell'apparizione, immaginata dal pubblico di Splendini e vissuta da Sondra che invece, in quanto cavia del numero, viene a conoscenza del trucco usato dal mago - non condividendo così l'illusione vissuta dal pubblico).
Questa ricerca della distanza tra cinema e teatro del resto è forse l'asse portante dell'intera poetica alleniana, la ritroviamo indagata attraverso tutta la sua filmografia, scrupolosamente, in maniere diverse, empiricamente, con lo stesso accanimento con cui un alchimista dedica la vita alla ricerca della pietra filosofale. Dal prologo (e il continuo rivolgersi allo spettatore) di Io & Annie, al dramma dei corpi e dei sentimenti di Manhattan, due film tanto vicini per età e per genere quanto opposti per metodo di ricerca; dai kammerspiel (cinema nel teatro) di Interiors e Settembre, al teatro nel cinema di Pallottole su Broadway, al cinema che diventa teatro ne La rosa purpurea del Cairo, fino all'impossibilità del teatro nel cinema-verità del documentario (Prendi i soldi e scappa, Zelig); dagli incroci in superficie di linee orizzontali e verticali (ancora Manhattan, Radio Days,...), all'utilizzo della profondità di campo per le gag (da Sleeper ad Hollywood ending), a quello "attivo" dei bordi del quadro per gli ingressi/uscite degli attori (seguendo le lezioni di Renoir).
A chi lo ha sempre accusato di teatralità, Allen ha sempre risposto col cinema. E con Scoop, lo ha messo (ancora più) in chiaro, una volta per tutte.
Coerente fino in fondo, anche a costo di non essere capito: "Non ho mai imparato a guidare dal lato sbagliato".
Come se tutto questo già non bastasse, Scoop è anche la dimostrazione di come ormai Allen, tra la sorpresa anche dei suoi più accaniti ammiratori (sottoscritto incluso), sia assieme a M. Night Shyamalan il nuovo grande maestro della suspense.
Come aveva già fatto in Match point, infatti, il genietto di Brooklyn costruisce e trasmette la tensione attraverso una serie di scelte di messa in scena accuratamente studiate in fase di preparazione, atteggiamento che potrebbe sembrare una novità per Allen, almeno per chi ha una conoscenza dell'arte del cineasta non più che superficiale.
A livello di macrostruttura, l'idea è piuttosto semplice: dice che il tal personaggio potrebbe essere il colpevole, poi fa in modo di far pensare che non lo sia affatto. Che alla fine sia davvero lui o meno l'assassino dei tarocchi, si genera comunque sorpresa. E il colpo di genio sta nel fatto che Peter è sia colpevole che non colpevole.
Nella sequenza della prima visita di Sondra e Sid alla tenuta dei Lyman, c'è una scelta di regia che da sola vale tutta la suspense del film. Si tratta di un dettaglio piccolissimo eppure fondamentale, una semplice e breve dilatazione temporale di un'inquadratura che restando per un secondo "di troppo" su un personaggio ci fornisce la (seconda) soluzione (errata) del caso. Quando Peter presenta i suoi nuovi amici al padre, per poi proseguire nella visita alla vasta proprietà della famiglia, la macchina da presa resta fissa su Lord Lyman per un secondo, mentre il terzetto di protagonisti esce di campo dal bordo sinistro, e ce lo mostra in un'espressione di sprezzante sospetto. Scatta la suspense. Vorremmo entrare nel film e urlare ai nostri che il colpevole altri non è che il padre di Peter (si giustificherebbe anche il dettaglio del gemello perso), e per tutte le sequenze successive ci chiediamo quando il ricco Lord tornerà in scena per farsi scoprire. Ma, naturalmente, Lord Lyman non ricomparirà più per tutto il film; ci troveremo così di fronte la soluzione quando ancora stiamo aspettando (quello che crediamo essere) il colpevole. Quando Mr.Malcolm rivela la confessione del vero assassino, lo spettatore non sa più che pensare; l'ipotesi più probabile è quella dell'ennesimo mitomane, ma se invece fosse davvero lui il serial killer? Il resto, di lì alla fine, è solo attesa, suspense e sorpresa.
Ma è a livello micro, all'interno delle singole sequenze, che le scelte risultano ancora più calcolate, affinate ed efficaci. Valga a titolo di esempio la sequenza in cui Sondra resta a dormire da Peter dopo il party durante il quale Sid si era infiltrato per la prima volta nella stanza degli strumenti musicali. La soluzione di continuità temporale che sta alla base della riuscita della sequenza mostra una coscienza del mezzo degna di quei nomi che finiscono nei manuali di regia e linguaggio cinematografico. Sondra si sveglia in piena notte e, approfittando dell'abbraccio di Morfeo in cui Peter si sta cullando, sgattaiola fino alla stanza blindata, inserisce la combinazione ed entra per curiosare. Un primo inserto ci mostra Peter che ancora dorme: siamo tranquilli. Uno successivo ci mostra il risveglio del giovane rampollo; la ragazza sta ancora curiosando, scatta la tensione. Di nuovo macchina da presa su Peter, che chiama Sondra. Stacco e Sondra continua incurante a frugare tra gli strumenti; è spacciata, poiché ora Peter, non avendo risposta, si alzerà e la raggiungerà. Nuovo stacco e infatti Peter fa per alzarsi, ma proprio in quel momento Sondra compare sulla soglia della porta della camera, col bicchiere di latte (chiaro omaggio ad Hitchcock, verso cui - chi l'avrebbe detto qualche anno fa? - Allen è ormai debitore cronico). Il tempo dell'azione di Peter e quello dell'azione di Sondra non coincidono, si muovono attraverso due direttrici diverse proprio come i due ragazzi, ma per giungere ad un comune punto d'arrivo, i due tempi nella sequenza (micro) come i due protagonisti nel film (macro).
Scoop innesta dunque un gioco continuo di rimandi in sé stesso, nella sua stessa struttura, ogni sequenza è specchio dell'intera pellicola come il film è specchio dell'intera filmografia di Allen.
Scoop è quindi un film che fa rendere conto di come Woody Allen sia uno dei più grandi cineasti, di oggi e degli ultimi decenni, poiché non solo è il battutista più geniale e divertente mai esistito dopo Groucho Marx, ma ha una coerenza incredibile nel portare avanti, ancora oggi dopo quarant'anni pur rinnovandosi di film in film, la propria poetica, e gestisce ormai il linguaggio del cinema con una sapienza che lascia sbalorditi ogni volta di più.
Su Time di Kim Ki-Duk, ossia del(l'ennesimo) fantasma fuori da sé
Ci avevano preparato al peggio.
I primi fortunati spettatori di Time, tredicesimo lungometraggio del coreano Kim Ki-Duk, ci avevano parlato di un'opera che, come i suoi personaggi, aveva perso tutto il suo fascino scontrandosi con la parola parlata, di un film in cui Kim Ki-Duk aveva riempito con i dialoghi il vuoto lasciato dall'ispirazione, di un film che diceva e non (più) sottintendeva. I "fan" di Ferro3 non riconoscevano più il loro beniamino, autore di quel cinema tanto soave e magico quanto silenzioso, perso ora tra le pagine di una sceneggiatura lunga il doppio del solito.
Ci avevano parlato di mancanza di idee, di dramma di stile, di assenza di magia. Del peggior film di Kim Ki-Duk.
Invece, per fortuna.
Sì, invece e per fortuna, Time non è nulla di tutto questo. Time non è che l'ennesima riflessione immaginata (nel senso più letterale del termine) e sussurrata come a gesti, quasi empaticamente, dal suo autore, dove i gesti sono tagli e figure di montaggio, e il controllo empatico diventa possibile e reale attraverso la fisicità mediatica della macchina da presa, a un tempo organo ricettivo, filtro comunicativo, e mezzo espressivo. E se è vero che "the medium is the message", ecco allora che Time non può che parlare - e lo fa, attraverso il suo sottotesto - di quell'oggetto mediatico, di macchina da presa, di cinema.
Quella rappresentata da Time è infatti un'allegoria forse ancora più ostica rispetto ai precedenti lavori del coreano, sorretta da una sceneggiatura geniale, piena zeppa di rimandi e di riflessioni sul tempo e su cosa sia il tempo per l'uomo. Non c'è forse una scena del film in cui non venga nominata (o al limite richiamata) una più o meno ben definita quantità di tempo: 6 mesi, un mese, 5 mesi, 10 minuti, tre ore, 2 anni, un secondo, sempre, mai, tutta la vita... I dialoghi segnano il trascorrere del tempo, nel film, nei personaggi, nelle persone. Le parole non servono a Kim Ki Duk per dare una dimensione in più ai suoi personaggi, non servono per comunicare, ma solo per scandire i secondi trascorsi, i protagonisti potrebbero anche recitare la vispa teresa, non cambierebbe nulla. I dialoghi non sono veicoli di senso, o peggio ancora di messaggio; sono invece una sorta di metronomo consapevolmente impazzito che cerca di richiamare l'attenzione urlando a tutti la sua follia.
Dunque Kim Ki-Duk ancora una volta non concede nulla allo spettatore, lo pervade anzi di false illusioni, come falsa si rivela per la (o una?) protagonista l'illusione di sfidare e vincere il tempo attraverso l'operazione chirurgica, operazione che non a caso apre e chiude il film, essendo il cardine del suo snodo narrativo e semantico. Intorno all'operazione chirurgica del "cambio" di volto ruota infatti la vicenda come tutto il discorso dell'autore: l'essere umano esiste solo nel momento in cui è percepito dagli altri, è solo nel momento in cui (lo) si concepisce come fuori da sé, non può conoscersi, osservarsi, definirsi, se non attraverso la percezione che di lui hanno gli altri, coloro che lo conoscono, osservano, definiscono. Un concetto fermo e attecchito nella cultura zen, ma altrettanto ben radicato nella tradizione del pensiero occidentale, anche da prima della fortunata formula di Berkeley ("Esse est percipi"), da prima che l'idealismo hegeliano lo ponesse in termini spiritualistici (l'Assoluto) e che Lacan provasse a definirlo in maniera più rigorosamente pragmatica ("Ciò che mi determina nel reale come soggetto, è lo sguardo che sta all'esterno").
La protagonista del film See-Hee non fa che chiedere al partner, Jim woo, se questi sia stufo di vedere sempre la sua faccia, gli chiede di pensare ad un'altra mentre fanno l'amore, arriva a coprirsi il viso con le coperte come ne Gli amanti di Magritte. Nella prima parte del film, si arrabbia con Jim Woo se questi guarda altre ragazze, e ancora di più se altre ragazze lo guardano e gli dedicano attenzione, perché sa che il suo ragazzo esiste solo quando è guardato, quando è percepito. Per questo vuole che Jim Woo guardi solo lei, per farla esistere ogni momento, e al tempo stesso non vuole che altre lo guardino, in modo che Jim Woo esista solo per lei.
Ma è tra i meccanismi di questo processo cognitivo-esistenziale che si inserisce la variabile tempo, è qui che il tempo determina la vita degli uomini. Quanto tempo dura l'amore? Quanto tempo occorre per rinnovarlo? Esiste il modo di eliminare la variabile tempo da una relazione, in modo da far durare in eterno la passione che l'alimenta? Sono questi (e altri sulla loro scia) gli interrogativi che Kim Ki Duk pone e a cui risponde, spietato come al solito, senza speranza se non in qualcosa di impensabile al di fuori di una realtà onirica, in cui un uomo può diventare un fantasma per salvare la donna che ama, in cui una ragazza può fare l'amore con una freccia scoccata dallo spirito dell'uomo che ama, in cui il tempo, invece che linearmente, può scorrere in circolo, e far durare le cose per sempre.
Time è dunque un film non tanto sul tempo quanto sulla percezione. La percezione che l'uomo ha del tempo, dell'uomo stesso (il fuori da sé), del cinema.
Time non è magico come non lo sono gli altri film del suo autore.
Time è la figurazione di un'idea, di un sogno, di un pensiero, realizzata con la solita potenza metaforica, la solita disarmante semplicità, la solita ispirazione.
D'altronde non sono appassionato di esoterismo, e alla magia del cinema non ho mai creduto.
Su Monica e il desiderio di Ingmar Bergman, ossia di tutto in un fotogramma
Nel 1953, quando gira Monica e il desiderio, il trentacinquenne Ingmar Bergman è ancora praticamente sconosciuto al di fuori della sua Svezia, nonostante abbia già girato in precedenza undici film (tra cui Prigione, Un'estate d'amore, Donne in attesa...), e - come già detto altrove - nessuno si accorgerebbe di lui se non fosse per i Cahiers e per l'esaltazione fatta sulle pagine della rivista, dove in particolare Godard si innamora del cinema di Bergman e della sua capacità di dilatare un istante visivo all'infinito, di racchiudere tutto e oltre in un fotogramma. I due primi piani dei protagonisti, nelle sequenze finali, dicono davvero tutto senza bisogno di parole, semplicemente attraverso il linguaggio del cinema, che è il montaggio: così il volto di Monika viene montato in sequenza con le insegne dei locali malfamati che la ragazza riprenderà a frequentare; quello di Harry invece viene alternato con i flashback dei momenti in cui la loro unione si è cementata.
Cosa accadrà, o meglio, come andranno le cose oltre la fine è chiaro, e infatti il film non ha fine (il fatidico "The end" - o corretto equivalente in svedese - non compare da nessuna parte (almeno nel dvd, magari dico una cazzata... eheheh)). Si interrompe la narrazione, ma non si interrompe(-ono) la(-e) storia(-e) di Monika e di Harry, il destino dei due protagonisti è segnato e Bergman ce lo suggerisce attraverso quelle scelte di montaggio: lui potrà "salvarsi" nonostante le difficoltà e i carichi (il padre, la bambina, l'accavallamento lavoro-studio-faccende,...) grazie all'ottimismo e alla voglia di guardare avanti (mostrata attraverso un guardare indietro); lei invece è destinata a tornare sempre a toccare il fondo, perché non sa guardare oltre l'istante presente (al punto da comprarsi un cappotto con i soldi dell'affitto, pur sapendo che questo comporterà loro lo sfratto immediato).
All'opposto di quanto accade in Viaggio in Italia di Rossellini (dello stesso anno), i due ragazzi scoprono l'amore solo nell'isolamento, lontani da tutti e da tutto. Il pessimismo di Bergman è ben noto, ma qui regala più che briciole di speranza, nella figura di Harry (e della figlia).
E questo è il Bergman che ci piace, genuino, coraggioso, impavido, quasi sfrontato, d'impatto, vigoliano, rosselliniano, che prende la macchina e gira così come viene, perché è nel montaggio che verranno fuori i significati, sperimentale (la Detassis negli extra del dvd parla di avanguardistico se ben ricordo, ma è assolutamente sbagliato, in quanto un'avanguardia per essere tale prevede un bagaglio teorico come presupposto, mentre Bergman si basa esclusivamente sul proprio talento visivo), diretto, e, soprattutto, spontaneo.
Sono queste le caratteristiche per cui il film sarà tanto amato dai critici dei Cahiers; Monica e il desiderio è un film girato da un autore con una manciata di quattrini e con tante idee, girato all'aperto, con attori poco noti, con una fotografia di stampo quasi documentaristico... insomma, quasi "in presa diretta sulla realtà".