Su Schultze gets the blues e Gegen die wand, ossia di due modi diversi di fare cinema d'essai.
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Sono due film tedeschi, più o meno contemporanei (del 2003 il primo, dell'anno seguente il secondo). Due film pensati e realizzati con finalità ed indirizzi simili e piuttosto precisi. Schultze vuole suonare il Blues è stato al Festival di Venezia, La sposa turca ha vinto l'Orso d'oro a Berlino; sono due film d'essai, indirizzati certamente non al pubblico "di massa" ma ad una più ristretta cerchia di cinefili che ancora preferiscono la magia del cinema a quella dell'industria cinematografica.
Due film per alcuni versi simili, dunque, eppure diversi. L'opera prima di Michael Schorr gioca tutto sulla messinscena, attraverso scelte di ripresa più rigorose e al tempo stesso più intimiste; Fatih Akin invece opta per un cinema più d'impatto, raccontano i fatti senza descriverli. Schultze descrive la rottura causata dall'ingresso della trasgressione nella tranquilla vita di paese; La sposa turca descrive le conseguenze dell'ingresso della tranquillità nella trascgressiva vita dei giovani (immigrati) di città.
A caccia di parallelismi e diversità tra le due pellicole, attraverso le impressioni che mi hanno suscitato.
Schultze vuole suonare il Blues
di Michael Schorr (Ger, 2003)
I distributori italiani ne hanno combinata un'altra delle loro: quello che Schultze suona non è un Blues, ma uno Zydeco. Quella di cui il protagonista del film va a cercare le radici è una musica tipica dei francofoni emigrati sulle sponde del Mississippi; da qui l'associazione con il Blues, per creare il gioco di parole nel titolo ("Schultze gets the blues", nella sua accezione primaria significa "Schultze soffre di malinconia"), completamente perduto e travisato nella traduzione italiana.

Il film.
Già dopo pochi minuti si intuisce che il regista ci sta parlando di una routine forzata, che dietro tutte quelle inquadrature fisse si celi una voglia di divincolarsi e fare quello che si vuole. E' quello che accade anche al protagonista: Schultze, un anziano minatore, viene mandato in prepensionamento insieme ai suoi due migliori amici; questo non scuoterà la loro routine, fatta di birre al bar, giornate a pesca e partite di scacchi. E polka, l'unica musica che pare essere "accettata" dalla comunità (cosa direbbe il padre di Schultze, uno dei fondatori della banda del paese, se sapesse che suo figlio si dedica alla musica dei negri?!). Schultze, grosso omino di incredibile tranquillità, rispettoso di tutti e ancora attaccato alle "vecchie buone maniere", si scompone solo davanti alla musica nuova, ad uno Zydeco ascoltato alla radio, tanto da arrivare a consultare un medico. Sempre più catturato dal fascino e dall'anima di questa nuova passione, sprigiona tutta la sua malinconia decidendo di recarsi in Louisiana, alla scoperta delle radici di quella musica. Il viaggio cambierà la sua vita, regalandogli un po' di felicità.
Inquadrature fisse, dicevamo. Per i primi 40 minuti non c'è un solo movimento di macchina! Una lunga serie di splendide cartoline ci scorre davanti catturando l'attenzione; sono tutti totali, l'azione (e la non-azione) viene ripresa nella sua totalità, non ci sono primi piani nè utilizzo del fuori campo, sono quasi tutti piani sequenza. E' la routine forzata, sono le regole, fisse (appunto), della comunità.
Significativo, a tal proposito, come una scena quale una gara di motocross, che si offrirebbe agevolmente a virtuosismi vari, venga ritratta attraverso due sole inquadrature, anch'esse fisse.
Interessante anche la scena della partita di scacchi: anche qui due inquadrature fisse, nella prima viene ripresa la partita, esattamente come se fosse una tra le tante del torneo, e il litigio (divertente la trovata del giocatore "serio" in piano ravvicinato che si limita a scuotere un attimo la testa quando uno dei due amici di schultze rovescia tutte le pedine); nella seconda inquadratura, il regista ci mostra Schultze e la sua solitudine, rimasto solo ad un tavolo vuoto mentre intorno a lui il torneo procede regolarmente.
Al minuto 40 c'è il primo, impercettibile seppur atteso (ho dovuto mandare indietro il lettore per notarlo bene), movimento di macchina; si scuote la routine, e infatti la scena è quella della cena a casa di Schultze (nei dialoghi viene detto chiaramente che è la prima volta che i tre cenano insieme a casa del protagonista).
Visivamente è un film ricchissimo, soprattutto (potrebbe sembrare paradossale, ma tant'è) nella prima parte.
Merita almeno una menzione Horst Krause, l'attore che ha interpretato alla perfezione il difficile ruolo di Schultze; lascia trasparire tutte le emozioni che il protagonista della storia tiene per sè.
L'ironia agrodolce di cui tutta la narrazione è permeata (ovunque abbia letto si fa il nome di Kaurismaki, che però non conosco) è splendida, merce rara al giorno d'oggi.
Su tutto, si veda il farsesco finale, in cui gli amici scherzano e la banda suona il "suo" pezzo, che non è più la "Polka di Schultze", ma il suo blues. Poesia allo stato puro.
È un racconto che segue gli stati d'animo di un uomo che va verso i propri sogni, o più semplicemente verso una propria curiosità; magari può sembrare a tratti lento, ma non si può non sentirlo dentro, fino alle ossa, proprio come un desiderio, proprio come una malinconia, proprio come un Blues.
La sposa turca
di Fatih Akin (Ger/Tur, 2004)
Amburgo. Una giovane donna di origine turca ha appena tentato il suicidio per sfuggire alle rigide convenzioni sessiste della comunità musulmana. Ricoverata in ospedale psichiatrico, incontra un uomo, alcolizzato e depresso: il matrimonio con lui potrebbe rappresentare una via di fuga.
Un ottimo soggetto. Peccato che questo fosse il riassunto dei soli primi 20-30 minuti del film.
Troppa carne al fuoco. Questo il maggior difetto della trama.
Una buona idea di partenza è stata rovinata cercando di trasformare una commedia grigia dal sapore piacevolmente agrodolce (per fortuna riscattato nella scena finale) in un ricettacolo di significanti mascherati da buone intenzioni. Si passa così da tratti che richiamano la triste tendenza al basso livello di comicità delle commedie romantiche hollywoodiane moderne, ad un superficiale tentativo di gettare uno sguardo sul mondo musulmano in Occidente, le sue contraddizioni, le sue oscillazioni tra tradizione e modernità; farcendo il tutto, nel tentativo di sorprendere, con un inspiegato (nonché inspiegabile) e maniacale ricorso a quello che spesso viene chiamato "pulp", e che Tomas Prostata alias Bebo Storti in "Mai dire gol" ben definiva come misto di sangue e merda.
Gli inserti con l'orchestra zingara, esclusivamente intenti a poeticizzare un tessuto narrativo che mal si presta a tale espediente, che poco ha a che vedere con il linguaggio filmico, non si segnalano se non per la romantica fotografia della Istanbul che vi fa da sfondo.
L'ironia sempliciotta, raccolta nelle strade dei quartieri amburghesi, lascia un po' di sasso per la sua banalità, così come la grossolana filosofia, vomitata con violenza verso l'intelligenza e la volontà d'interazione dello spettatore.
Imbarazzante e imbarazzata è l'abbondanza di corpi nudi, esposti con timidezza sia da parte degli attori che di chi sta dietro la mdp, in un autodispiaciuto tentativo di creare un'atmosfera di trasgressione che invece sfugge all'attenzione dello spettatore attento, come la classica "lettera rubata" di Poe, per essere messa in continua ed eccessiva evidenza (nella fotografia, nelle scelte cromatiche, in molti dialoghi oltre che naturalmente nelle scene "pulp").
In relazione a quello che dovrebbe essere il tema centrale del film, ovvero le contraddizioni della cultura musulmana nel moderno occidente, nella sceneggiatura si segnalano un solo dialogoed una sola immagine. Il dialogo è quello tra Cahit e il cognato dopo l'uscita dal carcere del protagonista. In uno scambio di battute essenziale quanto efficace e realista, viene finalmente affrontato con qualche spunto e qualche accenno di coinvolgimento il tema delle tradizioni sessiste e della figura della donna nella società. L'immagine è invece quella del padre che brucia le foto della figlia, che ha ormai perso l'innocenza. Una sequenza ripresa fortunatamente senza dialoghi, che possiede finalmente quell'efficacia visiva che non si ritrova nel resto della pellicola.
Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici, che poi sono quelli che interessano dato che stiamo pur sempre parlando di cinema, il lavoro risulta scarso sia nella quantità che nella qualità. Poco impegno, poca inventiva, poca iniziativa; ne viene fuori un'opera piuttosto inutile e mediocre.
Di interessante ci sono solo due inquadrature (contate), entrambe nella seconda parte. La prima è un carrello a seguire con la protagonista ripresa di spalle in - se non ricordo male - piano americano, le luci e la vitalità della Istanbul notturna sullo sfondo leggermente sfocato (come apparrebbe sotto effetto di stupefacenti?), inquadratura che riesce nel suo intento di mostrare la solitudine di Sibel in quel momento del racconto. La seconda inquadratura degna di nota (nella scena del pestaggio di Sibel) è un buon esempio di utilizzo della profondità di campo: la mdp è a terra, in primo piano c'è la prima piccola pozza di sangue lasciata dalla protagonista prima di rialzarsi, mentre in campo medio i tre ubriachi continuano a scatenare quella violenza che poi risulterà liberatoria per le scelte di vita di Sibel.
Il montaggio non ha richiesto scelte particolari e non offre spunti di riflessione.
Discrete e poco più le prove dei due attori principali.