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venerdì, 09 febbraio 2007

Il grande capo

Il grande capo
(2006), di Lars Von Trier

 

LA SESTA VARIAZIONE. MAI FIDARSI DI UN DANESE, SPECIE SE GENIALE E DISPETTOSO

Chi è Il Grande Capo?
Sì, lo so che è banale iniziare un articolo in questa maniera, ma lasciamo perdere per un po' i clichè (oppure non parliamo di Von Trier) e diciamo subito che, sì, non ci sono grossi dubbi sulla (non-)identità della figura che dà il titolo alla pellicola. A seconda dei vari punti di vista, possono infatti essere considerati di volta in volta Grande Capo: Ravn, il vero (piccolo) capo nonché inventore-creatore-demiurgo del Grande Capo; l'attore Kristoffer, fisicizzazione (parziale, ci torno fra un momento) dell'entità grande capo e accettato (in quanto) tale da tutti (tutti i protagonisti, quelli che non lo sono, il "mondo esterno", non contano, poiché il film è un mondo chiuso come l'ufficio in cui si svolge gran parte della vicenda, ci tornerò più giù) fuorché quattro persone/aggi (Ravn, Kristoffer, la sua ex moglie, e un quarto che dirò tra poco); l'entità che potremmo chiamare C, ossia la costruzione fittizia architettata da Ravn prima e da Kristoffer poi (che personifica l'idea di Ravn solo fino a quando non genera la sua, per questo parlavo di fisicizzazione parziale), una sorta di vaso (aperto) di Pandora da cui penzolano i tragici fili del destino dei personaggi; il quarto personaggio che sa che Kristoffer non è il grande capo.
Quest'ultima è forse la risposta più "giusta" alla domanda, e del resto tale risposta è contenuta già nella locandina del film. Il poster ufficiale ci mostra infatti uno di fronte all'altro due uomini, in abiti neri stilizzati, uno di statura normale e un gigante alto più del doppio (o viceversa, ma preferisco questa lettura, anche perché l'uomo gigantesco non riesce neanche a stare tutto nello spazio della locandina, una piccola parte della testa è tagliata dal bordo superiore). L'uomo normale è Kristoffer (Jens Albinus), mentre il gigante, il vero - ed unico - grande capo, altri non è che lo stesso Lars Von Trier. La concusione è fin troppo semplice, e infatti è la voce narrante dello stesso regista ad aprire il film presentandolo come una commedia e in quanto tale "innocua", senza troppe riflessioni, introspezioni psicologiche, senza troppi fronzoli mentali insomma. Von Trier è un personaggio del film a tutti gli effetti, vi si introduce anche fisicamente (seppure solo di riflesso), è lui il quarto personaggio a sapere chi è (e chi non è) Kristoffer, e soprattutto è lui il personaggio principale, quello indicato dal titolo, dalla locandina, è lui il divo, è il suo personaggio che si assume le responsabilità (come dice espressamente prima di presentare un nuovo personaggio) al contrario di quanto facciano tutti gli altri, è lui che controlla tutto e che vede tutto, dall'esterno e anche dall'interno. Lui è il grande C. D'altronde tra la parola Direktøren (del titolo originale) e la parola Direktør (regista, sempre in danese), differenza praticamente non c'è.
Ed è in quest'ottica che assume senso la scelta di un mezzo, tanto - inutilmente - discusso, come l'Automavision. Non ha alcun senso stare a discutere sulle implicazioni estetiche che un mezzo come l'Automavision possa portarsi dietro, poiché questo computer, che decide da solo come e dove muovere la macchina da presa e staccare in maniera più o meno casuale su una serie di possibili varianti, è appunto solo un mezzo, è un modo come altri di fare le riprese. E ugualmente non bisogna - di nuovo! - dar peso alle parole del regista, che si preoccupa sempre di rilasciare dichiarazioni importanti prima dell'uscita della pellicola, anzi si possono tranquillamente considerare le sue parole come un paradosso (tipicamente vontrieriano) su quello che in realtà ci vuol dire davvero. Quando il dispettoso Lars dice che "[l'Automavision] mi ha permesso per la prima volta in vita mia di abbandonare l'ossessivo controllo di tutto, aspetto che ha sempre caratterizzato i miei film. Con l'Automavision non ero io a tenere il controllo, ma il computer", è chiaro che sta pensando l'esatto opposto: se un autore ossessionato dal controllo come Von Trier decide di affidare la fase di riprese a un computer, è palese che non è in quella fase che vede il controllo sull'opera. Sta dicendo che il regista di un film non è chi (come viene caricaturato nello splendido Vecchia America di Peter Bogdanovich) si limita a scegliere dove piazzare la mdp e a dire "Taglia!". Sta dicendo che l'Automavision non è altro che la necessità di un controllo sempre più totale. Da parte dell'autore, e solo di lui.
Le riprese fornite dall'automa sono solo la materia prima, che verrà gestita (controllata) dal regista sia in termini quantitativi (girando tanti ciak, anche con diverse intenzioni attoriali nella stessa scena, in modo da avere materiale a sufficienza) che in termini qualitativi, attraverso il montaggio.
L'automa è solo l'undicesima regola Dogma. La sesta variazione.
Bisogna trascurarlo, e guardare alla vera essenza del film.
Per cominciare a farlo, prendiamo brevemente in esame la gestione dell'elemento spaziale all'interno dell'opera.
Nelle prime righe di questo scritto, accennavo a come gran parte della vicenda sia ambientata all'interno della sede dell'azienda di Ravn. Il film si basa, da quest'ottica, su una dialettica tra dentro e fuori abbastanza classica e molto marcata. Per notarlo, prendiamo ad esempio tutte le sequenze ambientate fuori dagli uffici di Ravn e soci.
Fatta eccezione per due sequenze, le pochissime scene ambientate all'esterno vedono protagonisti solo quei quattro personaggi di cui abbiamo già detto, quelli che sanno che Kristoffer è un attore. Kristoffer, Ravn, Kisser, Lars. Sono i soli quattro a sapere che quella a cui stiamo assistendo è una messa in scena. All'interno dell'azienda stanno gli spettatori, coloro che alla messinscena devono assistere. Ravn e Kristoffer, per discutere della messinscena, della rappresentazione, dicono di incontrarsi "in terreno neutro", e ogni volta è un luogo diverso, ma sempre ovviamente fuori dagli uffici: l'esterno dell'azienda è tutto un dietro le quinte, è il luogo dove gli attori si preparano ad andare in scena. Kristoffer ci si incontra anche con l'ex moglie, sempre per prendere decisioni importanti sulla parte che sta interpretando, ma con l'ex moglie si incontra la prima volta dentro il suo ufficio.
Ed è sempre nell'ufficio del grande capo che questi ascolta le aspettative che gli spettatori hanno su di lui, le varie idee che i sei anziani si sono fatti nel corso degli anni e delle email, si confronta con ognuno di loro e porta avanti i rapporti in maniera distinta per ognuno dei sei. Se l'esterno è "terreno neutro", la stanza del grande capo è una specie di confessionale (curioso che Von Trier stesso parli di "una specie di Grande Fratello", a proposito del film e dell'Automavision). Del resto lo dice proprio Kristoffer la prima volta che ci mette piede: "Un ufficio è un luogo più sicuro di un corridoio".
Abbiamo accennato a due eccezioni alla regola per cui all'esterno si incontrino e agiscano solo i quattro "consapevoli". Una è sul soffitto del palazzo, quando Kristoffer va a parlare con Spencer. I due, complici la birra, l'atmosfera e soprattutto la difficoltà con la lingua, finiscono per stare entrambi in silenzio ad osservare il paesaggio e a godersi un attimo di relax. L'attore si lascia addirittura sfuggire quasi una confessione sul suo ruolo ("Eccola, la città senza camini!"), per colpa della forza intimistica del paesaggio - armonioso seppure metropolitano - in cui i due si trovano a condividere un momento di pace interiore. Quando non ci si attacca alle parole, e si è liberi di lasciarsi andare al piacere della vista di qualcosa di bello e armonioso, ecco che il cinema funziona, ecco che autore e fruitore (o spettatore) sono in pace l'uno con l'altro. L'altra eccezione riguarda la sequenza della gita-premio, organizzata da Kristoffer/Svend per cominciare ad accaparrarsi le simpatie dei sei anziani. Il perché in fondo l'ho appena detto: una volta ribaltata la propria posizione, Kristoffer deve inventarsi qualcosa, tentare il tutto per tutto per far sì che il pubblico gli conceda la possibilità di esibirsi nelle migliori condizioni. L'attore deve accaparrarsi la simpatia degli spettatori, e per farlo li trascina con sé nel suo mondo, come portarli dietro le quinte a fargli vedere il backstage. Li mette sullo stesso piano di Ravn, che a questo punto non controlla più Kristoffer (non bastano i pezzi di carta) e non sa più determinare con certezza le azioni che l'attore compierà sulla scena.
Il resto, è gran finale.
E aldilà di tutto questo, Il grande capo è una commedia dura quanto spassosa, spietata e intrigante, dissacrante ed inarrestabile, col ritmo delle migliori commedie classiche e un'ironia algida tipicamente nordica.
Bisogna saperlo cogliere Von Trier, proprio come il personaggio del grande capo islandese.
Come a dire: "Chi mi ama mi segua. Chi no, può andare tranquillamente a farsi fottere" (non è molto diverso dalla frase con cui la voce di Lars chiude il film: "Vorrei scusarmi sia con quelli che volevano di più che con quelli che volevano di meno. Quelli che hanno avuto ciò per cui sono venuti, se lo sono meritato").

Idiotamente vietato ai minori di 14 anni a causa di un rapporto sessuale tra due dei protagonisti, completamente vestiti, in una delle sequenze più esilaranti del film. Vi risparmio il predicozzo su quanto la televisione sappia essere infinitamente più deleteria.

http://www.positifcinema.com/grandecapo.htm

postato da: sandrix alle ore 09/02/2007 10:58 | link | commenti (4)
categorie: cinema dautore, nuove uscite, dogma 95
giovedì, 02 giugno 2005

Dogma 95

Sul Dogma '95, ossia di una situazione senza regole.

Lasciando per ora da parte il giudizio sui film del Dogma, la questione da esso posta è certamente sintomatica di "una certa tendenza del cinema di oggi" (ricordo che il titolo del famoso articolo di Truffaut che si scagliava contro la tradizione borghese del cinema era "Une certaine tendance du cinema francais"). Una situazione, quella del cinema postmoderno, in cui tutte le tecniche di messinscena, le metafisiche (per citare Bazin) a cui rimandano e le morali (per citare Godard) da cui scaturiscono sono messe sullo stesso piano, le regole e le tecniche della messinscena sono appiattite allo stesso livello e quasi perdono di significato (in questo senso il cinema di Tarantino è magistrale, ma non è di questo che si parla ora). Una situazione in cui le regole vanno scelte di volta in volta e un regista, applicandole, può, volendo, mettersi subito d'impegno per distoglierle. Ecco così che nello sregolato spazio del postmoderno il Dogma si ritaglia un angolo, un campo in cui giocare con le proprie regole.
Il manifesto del Dogma 95 è una dichiarazione che, in pieno "non-stile" postmoderno, può essere presa sul serio o sul ridere o, più probabilmente, tutt'e due le cose insieme.
Il manifesto è in realtà una presa in giro di tutti i manifesti, programmi e proclami; un'occasione per distorcere delle regole nel momento stesso in cui si pongono. Una caotica e tronfia dichiarazione di intenti non sempre credibile e non in tutti i punti.


Basta guardare a come le regole sono rispettate in Idioti, unico film di Von Trier veramente del Dogma, con tutte le carte in regola secondo il Voto di castità.
I film di Von Trier sono cangianti, veri e falsi allo stesso tempo. Idioti (1998) fa dell'indecidibilità la sua bandiera, è in costante bilico tra tra verità e menzogna, tra idiozia e normalità, tra malattia mentale e la sua messinscena, tra tragedia e sarcasmo; instabile e postmoderno. Rispettando le dieci regole, il film dovrebbe mostrare la verità, ma di fatto le cose in questo film sono molto più contorte e sfaccettate che in molti altri film.
E infatti, proprio in Idioterne, Von Trier si conferma come autore, consegnando al mondo un prodotto completamente (e non forzatamente, come invece era il precedente Le onde del destino) suo, contraddicendo l'intento di abolire la figura dell'autore.

Lo stesso Thomas Vinterberg, in un intervista dichiara: «Non sarei capace di girare un film Dogma adesso. Lo troverei claustrofobico e ripetitivo, so come andrebbe a finire. Il mio modo di combattere ciò sarà fare qualcosa di stravagante e spettacolare, la prossima volta. La spiegazione è semplice: il Dogma si è trasformato in una convenzione, una di quelle convenzioni che noi cercavamo di evitare, e questa è la fine a cui devono approdare iniziative come queste».
Il Dogma finisce con l'essere, consapevolmente, proprio quello che critica della Nouvelle vague, uno "sciabordio che, andando a morire sulla riva, si trasforma in fango".

Von Trier sa benissimo che le regole del Dogma non portano di per sè a dire il vero. Ai manifesti e ai proclami non crede più nessuno. Il Dogma serve solo per farci capire una cosa: siamo in una situazione (cinematografica, e non solo) senza regole, senza sponde e senza fondamenti, in una situazione in cui regole di messinscena sono solo finzioni da attraversare per arrivare, forse, ad un briciolo di confusa verità. Solo al termine di un viaggio dentro la menzogna può capitare a qualche fortunato di arrivare a scorgere o a rivelare (e quindi a mettere in scena), senza illusioni, una parvenza di verità dietro l'incerto occhio di una macchina da presa.


Testo bibliografico di riferimento: Bruno Fornara, Geografia del cinema - Viaggi nella messinscena (ediz. Bur, collana Holden maps)

postato da: sandrix alle ore 02/06/2005 22:51 | link | commenti
categorie: riflessioni sul cinema, dogma 95